Non ho paura del cognome Rosenberg
Personaggi

Nel 1953 il caso delle "spie atomiche" Rosenberg, mandate tra mille polemiche sulla sedia elettrica, commosse il mondo: qui lo rievoca il figlio Michael. «Io e mio fratello Robert ritrovammo la serenità», dice, «solo quando fummo adottati dai coniugi Meeropol». «Fu drammatico dover dire alla mia fidanzata chi ero, ma da allora non ho più difficoltà a presentarmi come il figlio di Julius e Ethel Rosenberg»


Springfield (Massachusetts), febbraio

Assisto a Springfield a una straordinaria lezione di economia. Il professore in blu-jeans e maglione è seduto sul piano della cattedra con le gambe a cavalcioni: parla del sistema economico della Cina di Mao. Ne parla con entusiasmo, quasi con enfasi, seguito con estrema attenzione dai giovani. Poi, a un certo punto, guarda l’orologio. «Ecco», dice, per venti minuti ho parlato bene della Cina. Vediamo ora cosa se ne può dire di male». E con lo stesso entusiasmo comincia a dire che in realtà se ne sa poco, che i dati ufficiali sono scarsi e inattendibili, che le fonti alle quali documentarsi seriamente in pratica non esistono, e così via. Infine dieci minuti prima del termine della lezione, usa un’espressione mai sentita nelle università italiane: «“In my opinion”, è mia opinione», dice, ed esprime le sue opinioni personali, lasciando gli allievi liberi di condividerle o no.
Il professore è Michael Meeropol, figlio di Julius ed Ethel Rosenberg, le "spie atomiche" finite sulla sedia elettrica di Sing Sing alle venti e trenta del 19 giugno 1953. Durante i tre anni dei processi e fino all’istante dell’esecuzione avevano continuato a proclamarsi innocenti. Con Michael (Meeropol è il cognome della famiglia che ha adottato lui e il fratello Robert alla fine della tragedia) passo un’intera giornata: nelle aule del Western New England College di Springfield, nel suo studio traboccante di libri, alla mensa degli studenti, e infine nella sua casetta tra i boschi che abbiamo raggiunto dopo mezz’ora di viaggio su una scassatissima Volvo.
Mi colpiscono la sua vivacità, il suo entusiasmo, la sua "normalità". Come si fa a crescere così normali dopo il dramma che Michael ha vissuto fra i sette e i dieci anni? Come si fa a non restare sconvolti dall’odio e dalle recriminazioni quando si è così intimamente convinti dell’ingiustizia senza rimedio subita dai propri genitori?
«Il merito è tutto dei Meeropol», afferma Michael con estrema serenità. «Abel e Anne Meeropol sono stati meravigliosi con me e Robbie. Erano entrambi insegnanti e sapevano come trattare dei ragazzini come noi. Abel poi ormai faceva lo scrittore, e lavorava a casa, quindi era sempre presente: la sua era proprio la figura paterna di cui avevamo bisogno, rassicurante, capace di non intimorire, sempre molto gentile, sempre di buon umore. Tentarono di strapparci a loro: non contenti di avere ucciso i nostri genitori, volevano uccidere anche il ricordo che ne avremmo conservato. La polizia ci riportò in uno di quegli orribili collegi che avevamo già sperimentato, dove gli altri bambini ricominciavano subito a schernirci. Eravamo tornati ad essere “i figli delle spie atomiche”. Ma alla fine i Meeropol la spuntarono e poterono adottarci legalmente».

Accusati dal fratello

Julius ed Ethel Rosenberg: cosa avevano fatto per meritare di morire sulla sedia elettrica, scontando una condanna che già allora (anche in Italia ci furono manifestazioni di protesta, cortei, scioperi, veri e propri assedi delle sedi diplomatiche americane) convinceva poco? Si dichiaravano apertamente comunisti, erano impegnati in attività sindacali. Vennero arrestati nel 1950, il 17 luglio lui, l’11 agosto lei. Il fratello di Ethel, David Greenglass, catturato dall’FBI qualche tempo prima, accusava Julius di essere a capo di una rete spionistica e aveva confessato di avere lavorato per lui, passandogli alcuni disegni della bomba atomica perché li spedisse nell’Unione Sovietica. E accusava sua sorella Ethel di avere battuto a macchina le descrizioni che accompagnavano i disegni. I Rosenberg negarono disperatamente. Contro di loro gli inquirenti non riuscirono a raccogliere nessuna prova concreta: c’era solo la confessione di David Greenglass e di sua moglie Ruth. Tutto il resto era basato su questa confessione. David Greenglass tracciò a memoria le copie dei disegni che affermava di avere passato a Julius. Consegnò all’FBI le foto da passaporto che diceva di essersi fatto fare su istruzioni di Julius per poter fuggire in Russia prima dell’arresto. Disse che i Rosenberg avevano in casa un mobiletto speciale avuto in regalo dai russi all’interno del quale era celata un’attrezzatura per microfilmare i documenti (mentre Julius ed Ethel dichiaravano che quel mobiletto non nascondeva nulla ed era stato comprato per pochi dollari in un supermercato). Il tutto, tranne il mobiletto mai mostrato in tribunale, fu messo agli atti e i Rosenberg furono condannati alla pena capitale, eseguita dopo inutili rinvii, ricorsi in Appello, e richieste di grazia al presidente Eisenhower. David Greenglass, il reo confesso che ai segreti atomici aveva avuto accesso quando lavorava a Los Alamos come tecnico militare, dove sembra che avesse anche rubato alcuni campioni di uranio, se la cavò con pochi anni di prigione e vive ora libero negli Stati Uniti. Sua moglie Ruth, anche lei coinvolta nell’affare per sua stessa ammissione, non fu nemmeno incriminata.
«Mio padre e mia madre», dice ora Michael, «erano le persone più normali, più anonime che si riesca ad immaginare, insignificanti: non erano neppure i capi dei movimenti politici nei quali militavano. Credo che mio padre fosse un buon tecnico, piuttosto intelligente. Riguardando oggi le sue idee politiche però bisogna ammettere che erano ingenue. Per quei tempi certo saranno state anche avanzate, ma in realtà direi che non erano nemmeno comunisti. Al massimo erano dei sindacalisti. Ma anche come sindacalisti… Mio padre, per esempio, era impegnato con il sindacato degli architetti, ingegneri, chimici e periti: si può pensare a un gruppo più improbabile di estremisti di sinistra? Professionisti come questi non lavorano insieme, ma su basi individuali, e invece sappiamo tutti benissimo che si può parlare di organizzazione della classe lavoratrice solo per coloro che lavorano in una fabbrica, soggetti allo stesso tipo di situazione. Comunque, durante la seconda guerra mondiale, mio padre fu così attivo nel suo sindacato che il servizio investigativo dell’esercito lo sottopose a strettissima sorveglianza per quattro anni, e alla fine, nel 1945, venne licenziato perché comunista. Ora, questo è significativo: se tu sei un russo incaricato di costituire una rete di spionaggio, che copertura dai a uno così scopertamente impegnato sul piano politico fino al punto di farsi licenziare perché comunista?».
«Ma al processo non dissero che suo padre aveva abbandonato dal 1943 ogni attività politica evidente? Non dissero che smise addirittura di acquistare il quotidiano dei lavoratori?».
«Certo, lo dissero. Ma questa era solo una delle tante, clamorose bugie che furono dette a quel processo. Mio padre non abbandonò affatto la sua attività politica nel 1943, e proprio per non averla abbandonata fu licenziato nel 1945».
Una montatura dunque, maturata nel clima di caccia ai comunisti che regnava durante la guerra fredda. Ecco l’interpretazione che ne dà il figlio dei Rosenberg.
«Fino all’ultimo istante a mio padre e a mia madre fu chiesto di “confessare”. Avevano un bel dichiararsi innocenti, continuavano a ripetere loro: confessare o morire. Mio zio David Greenglass si è piegato fino all’abiezione di accusare sua sorella (mia madre) e suo cognato (mio padre).» Perché? Probabilmente perché era stato sottoposto allo stesso tipo di tortura mentale. Gli avranno offerto l’immunità per i suoi furti di uranio e la non incriminazione di sua moglie. Però, in cambio, doveva confessare. E lui confessò, probabilmente aspettandosi la stessa venalità da parte dei miei genitori. Allo stesso modo potevano salvarsi anche mio padre e mia madre: bastava che accusassero altri due comunisti qualsiasi, scelti a caso così come a caso erano stati scelti loro. Oggi sarebbero ancora vivi.
«Ma il fatto che i miei genitori abbiano resistito ad ogni tipo di pressione e si siano rifiutati di inventare una confessione, secondo me può avere avuto un’importanza fondamentale, può avere cambiato il corso della storia. Devo ammettere che non sono certo di questa interpretazione, ma mi sembra plausibile e interessantissima. Eccola.»

«Un libro orribile»

«Lei sa del maccartismo, della caccia alle streghe, della guerra fredda. Immaginiamo che in quel periodo i governanti degli Stati Uniti volessero imporre al paese un vero e proprio fascismo. Lei saprà che nel 1950 fu approvata una legge che mise al bando il Partito comunista. Si trattò di una legge che ebbe poco effetto, e che in pratica non portò nemmeno alla soppressione della stampa di sinistra. Ma supponiamo che l’intenzione fosse quella di riempire di comunisti i campi di concentramento e magari anche di usare la bomba atomica contro la Cina nella guerra di Corea. Per giustificarsi di fronte all’opinione pubblica avevano bisogno di poter puntare il dito contro i comunisti. Mio padre e mia madre, da soli, non bastavano. Ne occorrevano di più: diciamo cinque o sei veri leader comunisti, e una decina di personaggi come i Greenglass e i Rosenberg ad accusarli. Ecco che, come aveva fatto David Greenglass, anche mio padre e mia madre dovevano denunciare qualcuno. Sarebbe bastato come pretesto per porre sul serio fuori legge il Partito comunista e imporre al paese un fascismo davvero virulento. Ecco perché dico che forse i Rosenberg hanno modificato il corso della storia americana. Probabilmente rifiutando di “confessare” colpe che non avevano commesso hanno ostacolato la realizzazione di un simile disegno».
Michael Meeropol mi parla del comitato per la riapertura del caso Rosenberg. Della battaglia legale per ottenere libero accesso ai verbali dell’istruttoria e del processo (sono state rese pubbliche solo 29 mila pagine su circa 80 mila dall’FBI, e 953 su 30 o 40 mila dalla CIA). Parla di David Greenglass, che lotta perché nessun occhio estraneo possa vedere questi documenti, e dello scrittore Louis Nizer, «autore di un libro orribile, tutto dalla parte del governo, scritto per dimostrare che i Rosenberg erano colpevoli e andavano condannati». «Io e mio fratello Robert», aggiunge, «per quel libro lo abbiamo citato in giudizio, e adesso attendiamo il processo: oltre tutto ha usato, rubandole, le lettere che i nostri genitori si scambiarono in carcere o scrissero a noi». Parla del momento in cui lui e suo fratello decisero di uscire dallo schermo protettivo offerto loro dal cognome Meeropol, ripresentandosi al mondo come i figli di Julius ed Ethel Rosenberg. Lo hanno fatto l’anno scorso pubblicando un libro commovente, Noi siamo i vostri figli, nel quale hanno raccolto, oltre alla loro storia, le lettere struggenti dei loro genitori.
Già un’altra volta Mchael Meeropol aveva dovuto dire a qualcuno che dietro il cognome Meeropol si nascondeva quello delle «spie atomiche» Rosenberg. Si trattava di una ragazza, Ann, la sua fidanzata. «Il problema era», mi racconta Michael, «che non l’avevo mai detto a nessuno prima di allora. Un paio di volte avevo tentato di dirlo a qualcuno, ma non c’ero riuscito: mi avevano interrotto dicendo che sì, lo sapevano. Una volta lo scrissi in una lettera, a un amico. Ma a voce no, non l’avevo mai fatto. Ad Ann dovevo dirlo. Non ero per nulla spaventato da quella che poteva essere la sua reazione. Solo, come fare? Ricordo che restai a lungo in silenzio e continuavo a ripetermi: “Io sono il figlio di Ethel e Julius Rosenberg”. Alla fine mi feci coraggio, e, tutto d’un fiato, dissi: “Io sono il figlio di Ethel e Julius Rosenberg”».
«E cosa accadde?».
«Nulla. Adesso Ann è mia moglie. E da allora non provo più nessuna emozione a dire, quando mi capita di dovermi presentare a qualcuno, “io sono Michael Meeropol, figlio di Ethel e Julius Rosenberg”».

«Capricci telefonici»

Indietro nel tempo i ricordi di Michael Meeropol sbiadiscono: aveva sette anni quando suo padre e sua madre furono arrestati. Sa però per certo di essere stato un bambino difficile, capriccioso, che sua madre per esempio doveva sculacciarlo per evitare che telefonasse in teleselezione a un suo amichetto che abitava molto lontano. C’erano pochi soldi in casa, e i Rosenberg non potevano permettersi di pagare le birichinate telefoniche del piccolo Michael. «Al processo dissero che i miei genitori avevano abbandonato ogni attività politica nel 1943», afferma il giovane professore, «e io ho già detto che non è vero. Però è possibile che alla politica da allora si siano dedicati meno, per il semplice fatto che quell’anno ero nato io. E mio padre e mia madre erano incredibilmente legati a me e poi anche a Robert, quando nacque. Mio padre aveva una piccola officina meccanica, a New York, aperta coprendosi di debiti. Ricordo che andavo a trovarlo qualche volta mentre lavorava, ma l’immagine più vivida che mi è restata è quella delle passeggiate che facevamo insieme al sabato. Mi portava allo zoo del Bronx, a Prospect Park. Ho la sensazione di avere sempre giocato con lui, tutte le volte che non doveva lavorare. Giocava anche con Robert: credo di poter dire che era fiero dei suoi bambini. L’ho detto anche prima: mio padre e mia madre erano una coppia qualsiasi. Mi viziavano anche, soprattutto lasciandomi mangiare solo quel che mi piaceva, e questo fu un guaio, perché poi, quando li arrestarono, nei vari orfanotrofi nei quali passai con Robert prima di approdare dai Meeropol, il cibo era tutt’altra cosa. Solo dai Meeropol ho ritrovato lo stesso amore che metteva mia madre nel preparare le nostre colazioni, le nostre cene».
«Cosa ricorda del periodo più drammatico della vostra vicenda, delle visite in carcere, del giorno dell’esecuzione?».
«E’ stato un periodo molto doloroso. Non saprei dire quando mi resi conto di quello che stava succedendo. Però sono certo di avere previsto esattamente la conclusione ineluttabile: la sedia elettrica. Come in un brutto sogno. E in effetti fu tutto un brutto, terribile sogno. Robert, più piccolo, non ricorda molte cose. Molte altre deve averle deliberatamente cancellate dalla memoria, perché troppo brutte. Però nelle lettere che mio padre e mia madre ci scrivevano c’era sempre molto amore per noi».
E c’era anche molto amore fra loro. Un amore rafforzato fino all’inverosimile dall’essere stati processati insieme, condannati insieme, giustiziati insieme. «In my opinion», come direbbe Michael Meeropol, ingiustamente.

Arturo Motti

© Copyright Arturo Motti. Riproduzione vietata. All Rights Reserved. Prima pubblicazione su Oggi, Rizzoli editore, nel 197..?