Home arrow Storie arrow Personaggi arrow Lontano da Itaca

Sei socio del Club? Entra...



Pass dimenticata? Nuovo socio? Registrati
Lontano da Itaca PDF Stampa E-mail
ImageIl primo capitolo ("Dieci anni dopo") dell'Ultimo libro di Franco Mimmi, Lontano da Itaca. Aliberti editore.

Capitolo Primo
DIECI ANNI DOPO

Pioveva.
Non piove spesso a Itaca, pensò Ulisse, perché proprio oggi? Una nuvola o gli Dei? Al pensiero degli Dei, che potessero di nuovo intromettersi nella sua vita per guidarla ai gelidi confini dell’Oceano o a una terra assolata e arida, provò un senso di nausea. Dieci anni, pensò, dieci anni oggi.
L’aria fredda invase la grande stanza e lo fece rabbrividire, lasciò cadere la cortina che aveva sollevato per contemplare il cielo grigio, la pioggia leggera che offuscava il paesaggio verde, il mare plumbeo. Attese che la mano di Penelope gli si posasse sulla spalla e la guancia di lei sulla schiena, accanto alla scapola. Attese l’immancabile domanda: “Perché sei tornato, Ulisse?” Però la mano di lei non giunse, né la guancia umida, e nella stanza l’unico rumore era quello del vento freddo del mese di Poseideon. Lasciò cadere la cortina e vi appese sopra una pelle di capra per chiudere fuori il vento, una di cervo se la gettò sulle spalle ancora poderose e chiuse il fermaglio davanti al collo, strinse i lacci delle uose di pelle bovina, si coprì il capo con una pelle di lupo nella quale biancheggiavano le zanne. Penelope dormiva ancora, un sonno profondo, una tranquillità quasi di morte, e anche questo era insolito però benvenuto: una mattina senza l’interrogativo al quale da dieci anni cercava inutilmente risposta: Perché sei tornato, Ulisse? Uscì dal talamo silenziosamente per non svegliare lei e la sua domanda, scese la scala.
Le ancelle rassettavano la grande sala, pulivano la mensa di quercia, distendevano le pelli sui seggi, passavano ruvide scope sul pavimento di pietre artisticamente levigate e connesse, e persino facevano scorrere panni umidi sulle lance infisse nell’astiera appoggiata alla grande colonna centrale. Le armi si toccarono, il rame temprato tintinnò brevemente, ma sembrò a Ulisse che nel silenzio ovattato dell’ora e della nebbia risuonasse un clangore lontano, un ricordo che aveva l’odore del sangue. Dieci anni, pensò. Dieci anni oggi.
Le ancelle si fermavano al suo passaggio, chinavano il capo, riprendevano il lavoro. Una accorse portando un pane bianchissimo, appena sfornato, e un largo piatto con carne rimasta dal pranzo della sera prima, ma Ulisse non aveva fame: fece con la mano un cenno di diniego e uscì nella grande corte del palazzo, protetta da un muro merlato, l’attraversò sotto la pioggia fino alla piccola torre in cui Telemaco aveva la sua dimora e salì la scala oscura.
Al piano superiore, suo figlio dimostrava un appetito assai migliore del suo: davanti a lui, Euriclea aveva già posto un pane ancora fumante e una brocca piena di latte che, appena munto, pure fumava, un piatto di carne e una conca di bronzo con formaggio di capra e miele dorato, e il giovane passava con evidente piacere dall’una all’altra vivanda accettando i consigli della donna che Laerte aveva comprato per venti tori quasi sessant’anni prima. Era stata nutrice di Ulisse e poi del figlio di lui, quel Telemaco al quale, sebbene carica d’anni, ancora si affannava premurosa intorno e che lui, Telemaco, ancora senza una moglie, continuava a preferire a qualsiasi ancella, per giovane e bella che fosse.
Ulisse si tolse il copricapo ferino e rispose al saluto di Telemaco, respinse l’invito a partecipare del pasto, restituì la carezza alla vecchia e si sedette a osservare suo figlio che riprendeva a far lavorare le mascelle. Nei dieci anni dal suo ritorno molto era cambiato: il giovane snello e dai capelli inanellati, simile a un dio, aveva lasciato il posto a un uomo di certo adipe, la fronte già molto addentro nel cranio, la barba lucida del grasso della pelle. Ma era, Ulisse doveva ammetterlo, un magnifico reggente al quale lui era stato ben contento di abbandonare, via via e senza renderlo ufficiale, le incombenze del governo. Gli itacesi godevano ora di un’abbondanza che pochi popoli dell’Ellade potevano vantare, e più ancora era aumentata la ricchezza della famiglia reale: i dodici armenti che Ulisse possedeva nell’Epiro al momento della sua partenza per Troia, e che avevano subito duri morsi da parte dell’orda dei Proci, erano ora due dozzine, e ancora di più le greggi di pecore e i branchi di maiali. In Itaca, poi, dove gli undici greggi di capre e il branco di porci erano stati ancor più taglieggiati dai pretendenti di Penelope, ora dei primi se ne contavano venti, e il secondo si era tanto moltiplicato che Mesaulio, succeduto a Eumèo in quel compito, aveva dovuto prendere altri cinque garzoni per la bisogna.
Come Telemaco avesse ottenuto risultati così strabilianti, Ulisse non sapeva e non voleva sapere: considerava di avere già avuto, nella sua vita, tribolazioni sufficienti, e non avrebbe speso un pensiero per ciò che procedeva in favore di vento. Cosi fu con certa annoiata cautela, atta a preparare la strada a un diniego, che chiese: “Dimmi, figlio, che è mai questa misteriosa vicenda della quale vuoi parlarmi?”
Telemaco si passò il dorso della mano sulla bocca mentre con l’altra faceva un gesto che voleva dire c’è tempo, c’è tempo, però non appena si ebbe forbite le labbra disse: “È della nuova taverna che voglio parlarti, padre, quella della baia orientale, che i pescatori chiamano Kioni.”
Ulisse annuì. “L’ho vista dall’alto,” disse, “quando ancora gli operai stavano livellando le assi e preparando la fossa per la base di pietra. Un edificio assai grande, mi sembrò, per essere una taverna, e di legno assai pregiato. Mi chiedo che avventori si aspetti.”
Telemaco fece un gesto di noncuranza: “A quel molo,” spiegò, “arriveranno le navi di una nuova compagnia di traghetti per le isole vicine, e quindi convergeranno lì tutti i giovani ricchi in arrivo o in partenza, e i mercanti non solo di Itaca ma anche di Same, e Zacinto, e Dulichio, e della costa dell’Epiro, per cenare e passare la notte in attesa di imbarcarsi per tornare a casa.”
“Sembra un buon affare,” considerò Ulisse. “Mi chiesi chi fosse il proprietario della taverna, forse il vecchio Egizio, l’uomo più ricco di Itaca.”
“Non più, padre,” disse Telemaco sorridendo.
Ulisse si agitò sul seggio, l’oscurità fumosa della stanza lo ammorbava, avrebbe preferito il vento freddo e anche la pioggia. “Ah, no?” chiese distrattamente.
“Sei tu, padre,” proseguì Telemaco.
“Il più ricco?” chiese Ulisse con stupore.
“E il padrone dei nuovi traghetti. E della nuova taverna.”
Ulisse tacque, rimuginando tra sé. Tanto ricco, era? È vero, era il re, e da Laerte aveva ereditato un buon patrimonio, e lui stesso lo aveva accresciuto nei suoi pochi anni di regno, prima di partire per Troia, a adesso Telemaco, certo, sempre così attento al soldo - prima ancora di riconoscermi, ricordò, mi parlò di come i Proci coprissero i deschi con le membra delle vittime sgozzate e gli consumassero tutti gli averi -, ma tanto ricco?
E solo in quel momento colse l’ultima frase di suo figlio, e sussultò, indignato: “Per Giove olimpio!” esclamò. “Un re non possiede una taverna!”
Telemaco annuì, sempre sorridendo, mentre si dedicava al pane con formaggio e miele. “Naturalmente no, un re non possiede una taverna, ma un porcaro sì.”
“Eumeo!” esclamò Ulisse. “E senza dirmelo!”
“A dire il vero ancora non lo sa,” disse Telemaco, per nulla imbarazzato, “ma sono certo che sarà felice di acconsentire. Di tutti i tuoi servi, non ce n’è mai stato uno che durante la tua assenza guardasse meglio di lui i beni del padrone.”
“È vero,” acconsentì Ulisse senza indugio, “e non esitò, lui, un porcaro, a prendere le armi e a giocarsi, insieme con il bovaro Filezio, la vita al nostro fianco, quattro contro cento. Ma una taverna...”
Telemaco lo lasciò meditare qualche istante e intanto gettava dei bocconi ai due cani bianchi, vecchissimi, distesi al suolo accanto al suo scranno. Qualche istante, ma non di più: “D’altra parte,” disse con un tono di qualche severità, “è ben lì che passate le serate tu e lui, e Femio e Filezio: in una taverna presso il porto di Forcino.”
Ulisse avvertì il rimprovero: erano ben poche le sere che passava in casa insieme con Penelope. Ma il figlio proseguì con una risata che cancellava il tono precedente: “Siete davvero un bel gruppo, bisogna ammetterlo, e la gente accorre per ammirare te e i racconti delle tue gesta, la musica e il canto di Femio che le adorna, e anche gli interventi di Eumeo e Filezio, la parte che ebbero in quel giorno fatale. Ecco, io ti chiedo solo di cambiare taverna e di continuare a raccontare le tue avventure degne di un gigante che sfida gli Dei, senza timore di farle più gigantesche ancora.”
Ora l’aria si era fatta così densa e fuligginosa che anche Telemaco ne era infastidito, e chiamò Euriclea che accorse in fretta, sia pur lamentandosi per gli anni e gli acciacchi, a liberare il vano della finestra perché entrassero l’aria fredda e la luce livida degli ultimi giorni del Poseideon. Ulisse respirò a fondo, con sollievo, ma a disagio ciononostante, e sentì che la vecchia ferita sulla coscia – quella che un cinghiale gli aveva inferto in un giorno di caccia con i suoi zii materni, lui giovanetto, sul monte Parnaso, quella grazie alla quale Euriclea lo aveva riconosciuto al suo ritorno – prendeva a dolergli, come fosse stata appena aperta dalla zanna. Era un segnale di pericolo, e non aveva mai fallito: forse questa volta non era in gioco la vita, come sotto le mura di Troia o nella caverna di Polifemo, ma chi può mai dire, pensò Ulisse, se davvero sia la morte il rischio maggiore.
Fece uno sforzo per ascoltare Telemaco, che aveva ripreso a parlare. “Dieci anni fa,” diceva, “Itaca era solo una scoscesa isola di capre, ma ora sta vivendo giorni di grande benessere e dobbiamo fare di tutto perché questo non sia un fenomeno passeggero. E tu certo sei d’accordo, visto che è grazie a te, al tuo ritorno, che questo benessere è nato.”
Ulisse annuì confusamente, perché non sapeva che dire, e aspettò che il figlio proseguisse. “Certo non siamo la Fenicia,” continuò infatti Telemaco, “terra di illustri naviganti, né la Libia, dove le agnelle figliano tre volte nel giro d’un anno e agli agnellini spuntano ratte le corna, però viene molta gente, attratta dalla tua fama e dalla notizia delle ricchezze che hai riportato con te, desiderosa di vendere e di comprare, e più ne verrà grazie ai nuovi traghetti. E tutti andranno alla nuova taverna.” E ripeté, con crescente entusiasmo ed enumerando a uno a uno con l’indice della mano destra sulla punta delle dita della mano sinistra: “I giovani ricchi in arrivo o in partenza, i mercanti di Itaca per incontrare i loro colleghi di Same e Zacinto, di Dulichio e della costa dell’Epiro, per cenare e divertirsi e passare la notte.” Smise di contare ma non di parlare: “E se sapranno che lì potranno incontrare il re Ulisse, l’invitto Ulisse, lo scaltro Ulisse che ideò il gran cavallo cavo per cui cadde Troia, il ramingo Ulisse che racconterà loro le sue avventure nel vasto pelago, con esseri mostruosi e Dee auguste...”
Lasciò la frase in sospeso, come se non gli bastassero le parole per dire quale immenso concorso di pubblico vi sarebbe stato se Ulisse avesse accettato la sua proposta. Solo aggiunse, in tono improvvisamente serio e pacato: “Per il bene di tutti, padre, per il bene di Itaca.”
Che deve fare un re? pensò Ulisse. Ripercorse con gratitudine gli aggettivi che Telemaco gli aveva attribuito, l’egregio, l’invitto, lo scaltro – e anche il ramingo, sì: chissà perché, gli sembrò che fosse quello l’attributo che più gradiva – e decise che in fondo una taverna vale l’altra. “Sia,” disse alzandosi, perché la risposta fosse più regale, e fece un largo gesto di commiato mentre tornava a calzarsi in capo la testa di lupo, quasi una corona.
Tuttavia, mentre scendeva l’oscurità fumosa della scala, si sentiva ben poco regale, ben poco invitto, ben poco scaltro. Ora si rendeva conto che per tutto il colloquio Telemaco era rimasto seduto al suo posto, dietro il desco imbandito, come un re che ascolta un postulante o dà ordini a un servo senza neppure smettere di ingozzarsi di carne e di formaggio. Possibile mai, suo figlio? L’amoroso figlio che, giovinetto ancora, aveva solcato il mare fino a Pilo e la terra fino a Sparta per cercarlo, per chiedere notizie di lui, per alimentare la speranza del suo ritorno? Lo stesso figlio, si rispose, che tanto si preoccupava dello scempio che i Proci stavano facendo delle sue sostanze.
Riattraversò la corte. Aveva smesso di piovere, e nel grande atrio del palazzo lasciò il copricapo lupesco in un canto e calzò il consueto pileo di feltro, fingendo di ignorare il borbottio di una ancella per la pozza che subito si formò sotto la pelle. Si avviò verso la colonna, per prendere una lancia dall’astiera, e la sua mano sfiorò l’estremità dell’arco che pendeva da un anello infisso alla parete, lo stesso arco che i Proci avevano cercato invano di tendere e con il quale li aveva saettati a morte: Antinoo per primo, in gola, mentre alzava alle labbra una coppa d’oro colma di vino, e poi, in pieno petto, Eurimaco che aveva cercato di blandirlo, mentre Telemaco cacciava la punta della lancia tra le spalle di Anfinomo. I pretendenti di mia moglie, pensò Ulisse, il fiore della gioventù cefalena pasto degli avvoltoi. Dieci anni, pensò, dieci anni oggi.
Prese una lancia, aggirò la colonna per avviarsi all’uscita e vide Penelope seduta a un desco. Davanti a lei c’era un piatto di vivande, intatto, ma le due mani della donna tenevano strette le anse di una coppa d’oro (Quella di Antinoo? si chiese Ulisse) che avevano accostato alla bocca. Da sopra l’orlo gli occhi scuri di lei lo fissavano con tutto l’odio che lui sapeva di poter destare, quello che suo nonno Autolico aveva voluto fosse già nel suo nome. La donna alzò il calice per bere e l’orlo le coprì gli occhi, lui volse il capo e si avviò all’uscita, ma la voce di lei lo rincorse: “Perché sei tornato, Ulisse?”
Continuò a camminare, e la voce impastata di Penelope si alzò in un grido rauco: “Ulisse!”
Si voltò e rimase in silenzio a osservare il viso appassito della donna alla quale, per vent’anni, aveva lottato per tornare; della donna alla quale, da dieci anni, si pentiva di essere ritornato. “Parla,” disse finalmente.
Lei sollevò di nuovo la coppa alle labbra, poi l’appoggiò sul tavolo e si passò una mano nei capelli, nell’intento di ridar loro un poco dell’antico ordine, dell’antica tranquilla avvenenza, ma quando parlò le uscì un gracchio che dovette schiarire e riprendere più e più volte. “Ulisse,” disse finalmente, ma ormai tutta la forza se n’era andata e il vocativo suonò debole, querulo. Tuttavia proseguì: “Dieci anni oggi, lo sai?”
Lui fece cenno di sì e lei riprese, come in una cantilena: “E quanto tempo sei stato con me, in questi dieci anni? Io ti attesi per venti, i primi dieci aspettando ogni notte che le cime dei monti da Ilio all’Epiro si accendessero come una catena di lampadofori per dirmi che Troia era caduta, che tu eri vivo e presto saresti tornato, e poi, dopo la notte in cui la scolta me ne dette l’annuncio, altri dieci anni senza sapere dove tu fossi, quale dio o quale volontà ti trattenessero lontano da me e da tuo figlio, se tu fossi ancora sul mare o in una terra lontana, o fossi già sceso alle case di Plutone, illudendo me stessa sul tuo destino e ingannando i miei pretendenti, tessendo di giorno e disfacendo di notte il sudario di tuo padre per guadagnare l’attesa, mentre tuo figlio, il tuo stesso figlio, mi chiedeva di scegliere uno dei Proci perché almeno la smettessero di consumare i suoi beni. E finalmente sei tornato, e poi...” La voce si spezzò, le mani riportarono la coppa alle labbra, che vi si immersero.
“E poi?” chiese Ulisse, come non conoscesse la risposta.
La donna scosse la testa, incominciò a piangere piano, ma esitava a rispondere. “E poi,” disse finalmente, tergendosi occhi e naso col dorso della mano, “nulla, la stessa solitudine di prima, peggiore perché tu sei qui. Ma passi il giorno da solo a contemplare il mare, passi la notte con i tuoi compagni a ricordare gli anni in cui eri lontano.”
Lui fece un gesto vago con la mano: “Abbiamo viaggiato,” disse, “siamo stati...”
Una risata aspra della donna lo interruppe: “Oh, certo, abbiamo viaggiato, in dieci anni siamo stati due volte a Same a trovare tua sorella Ctimene e quello stupido di suo marito, e una volta a Pilo ai funerali del tuo amico Nestore, sai che allegria! Ah, dimenticavo: e una volta a Sparta quando nacque il nipote di Menelao, figlio di suo figlio Megapente che neppure è figlio di sua moglie ma di una schiava, e con Elena a guardarsi tutto il tempo nello specchio e a vantarsi, a dire che a Troia lei non voleva andarci, che fu costretta dal demone, che contro il demone nessuno può fare niente, e Menelao a sorridere e fare sì con la testa e a ripetere anche lui che il demone. Macché demone! Ma è questo che piace a voi uomini, no? Perché anche tu...”
Ulisse le diede le spalle per riavviarsi alla porta. “Avresti dovuto sposare Antinoo,” disse. Spinse i due battenti, solidi, inespugnabili dall’esterno ma anche dall’interno, e infatti i Proci ne erano rimasti prigionieri, intrappolati e poi avviati verso la riva che non ha sole, e adesso ne era prigioniero anche lui, fino allo stesso esito.
Raggiunse le case e attraversò la breve piazza, rispose ai saluti riverenti che alcuni rivolgevano all’antico eroe, ignorò i cenni irrispettosi che altri riservavano al re neghittoso, e incominciò a scendere la via che portava alla costa. Presto si presentò al suo sguardo, a sinistra, la baia dalla quale sarebbero partite le navi per i traffici della pietrosa Itaca con Same e la selvosa Zacinto, con la ferace Dulichio e con la costa dell’Epiro, ma il cammino che lui amava era quello che scendeva verso il golfo che quasi spezza in due l’isola e, all’interno del golfo, verso la baia – il porto di Forcino - nella quale dieci anni prima lo aveva deposto, immerso in un sonno prodigioso che gli celasse la rotta seguita e la distanza percorsa, la nave dei Feaci, rapida come il pensiero che la guidava.
Il vento che spirava dal mare andava pulendo il cielo, e spesso consentiva il passaggio ai raggi del sole. Ulisse seguì la strada fino a giungere in vista della baia, e poco dopo, come faceva quasi ogni giorno, abbandonò il tracciato per andare a sedersi su una roccia larga e piatta, sotto una quercia così antica e frondosa da assicurargli l’ombra per tutto il giorno. Si tolse il pileo e passò le dita nelle grigie ciocche salmastre che dieci anni prima erano ancora bionde e morbide, nella barba ormai senza colore, fissò lo sguardo sul mare e subito, come ogni mattina, la sua mente partì a volo sui campi dei ricordi e il suo cuore la seguì: arse di guerra in riva dello Scamandro impetuoso, sobbalzò di terrore nella grotta del crudele Ciclope, si strinse il cuore in un pugno davanti all’orrore dell’Ade, ma anche si riempì di orgoglio al canto delle Sirene che lo chiamavano gloria degli achei, e poi di una struggente nostalgia per il calore delle braccia di Circe, delle labbra di Calipso, degli occhi di Nausicaa.
Soprattutto, degli occhi di Nausicaa. Dello sguardo di lei sotto le ciglia nere, dolce e fermo al tempo stesso, quando lui, risvegliato sulla spiaggia di Scheria da un grido delle ancelle che la accompagnavano, si era fatto avanti lordo di salsedine e coperto appena da un ramo frondoso che aveva strappato alla selva. Dello sguardo di lei quando le si era gettato alle ginocchia e aveva implorato aiuto: “Regina, odi i miei voti. Ah, devo chiamarti dea o donna?” Sorrise al ricordo della sua ingegnosa seduzione, e ancora sorrise quando gli sovvennero parole successive - ”Felice su tutti chi potrà un dì condurti a casa sua con i doni nuziali” - ma con un improvviso struggimento, perché a quella frase gli occhi di Nausicaa si erano velati: di pudore, certo, ma anche, ne era altrettanto certo, di desiderio.
Abbassò gli occhi al porto di Forcino, dove in quell’alba lontana (dieci anni, Ulisse!) si era concluso il lungo viaggio di ritorno a casa, a sua moglie, a suo figlio, e forse già in quell’alba lontana, al momento stesso del risveglio, era incominciato il rimpianto. Sotto di lui l’onda lambiva il piccolo golfo formato da due rocce scoscese che si inoltravano nel mare, e anche se da lì non poteva vederla, sapeva che accanto al grande ulivo che spandeva i larghi rami sull’insenatura si apriva la grotta sacra alle Naiadi, con le anfore e le urne marmoree che le api colmavano di miele e dove, assicuravano gli itacesi, le ninfe avevano telai pure di marmo sui quali tessevano i loro purpurei drappi. Al risveglio, in quella grotta aveva nascosto i preziosi doni del re Alcinoo e degli altri nobili feaci, la tersa tunica e il manto lucente e l’arca con i bronzi e gli ori, e il treppiede e l’urna che lo stesso re di Scheria, nella sua magnanima generosità, aveva portato a bordo della nave e collocato con cura sotto i banchi in modo che non ostacolassero il lavoro dei rematori.
La schiena contro il tronco della quercia, le mani smarrite in grembo senza un arco da tendere, senza un remo con cui dar di forza nei flutti, senz’opera alcuna da compiere, Ulisse contemplava il mare e il passato e non riusciva a concepire il piacere che è nel presente, il bene che attende nel futuro. Chiuse gli occhi e appoggiò il capo al forte tronco rugoso, come volesse fondersi con la pianta e aspirarne la linfa che avrebbe dato anche a lui, nel mese di Anthesterion, il vigore della rinascita, ma si riscosse quando qualcosa fece ombra alle palpebre abbassate. Le sollevò e vide davanti a sé il vecchio Mentore, che curvo, appoggiato al bastone, gli sorrideva. “Sempre sogni, Ulisse,” gli disse il vecchio. E poi: “Posso sedermi accanto a te?” L’itacese annuì: “Ti aspettavo, Pallade,” disse.
L’apparenza del vecchio vibrò per un attimo quasi decomponendosi e lasciando trapelare un bagliore azzurro, poi si ricompose. “Questa volta,” disse, “non hai esitato a riconoscermi.” Ulisse sbuffò con impazienza. “Sarà meglio, Glaucopide, che tu aggiorni le tue sembianze umane, sono quasi cinque anni che Mentore è morto. Ma siediti pure, anche se gli Dei certo non hanno bisogno di riposo.”
Ma l’altra si lasciò calare a terra con cautela, afferrandosi al bastone e gemendo un po’, proprio come un anziano. “Anche gli Dei invecchiano, Ulisse,” disse quando si fu finalmente seduta ed ebbe anch’ella appoggiato la schiena alla quercia. “E anche loro si combattono,” la rimbeccò l’itacese, “e strappano il potere ai loro padri, e limitano quello dei loro figli. Però non muoiono.”
Nodosa e macchiata, la mano di vecchio si agitò nell’aria, mentre dagli occhi si sprigionava uno sguardo azzurro che sembrò a Ulisse un lampo di desiderio. “Un giorno,” disse Pallade, “anche noi moriremo.”
Tacquero, lo sguardo perduto oltre il mare, fisso sul luogo e sul tempo in cui gli uomini sarebbero vissuti senza l’aiuto e senza il castigo degli Dei. Ma erano un luogo lontano, un tempo lontano, e il presente esigeva altre prove. “Devi ripartire, Ulisse,” disse, dalla sembianza del vecchio, la voce forte e perentoria di Pallade. “Non ricordi la profezia di Tiresia? Già troppo a lungo hai differito l’ultima impresa che devi a Nettuno prima di chiudere la tua lotta e poter riposare.”
Nella risata che accolse quelle parole si tornò per un attimo a udire il re di Itaca che un giorno aveva vinto ogni altro uomo per inventive e ingegni. “Non mia la lotta, Pallade,” esclamò Ulisse, “o ne sarei stato ben presto schiacciato. E non mi dire di Polifemo, e di come lo accecai: forse che non si era mangiato sei dei miei amici, quella bestia monocola generata da Nettuno? Qual è mai la giustizia degli Dei, se per quell’atto io non sono stato premiato ma ho dovuto pagare un fio? No, Pallade, non mia: quella che mi ha visto vagare per dieci anni, affrontando le più terribili avventure, è sempre stata una lotta tra te e Nettuno, e io ne ero solo lo strumento.”
Volse il capo verso di lei, sopportò bravamente il lampo di acciaio di quegli occhi senza tempo: “Solo uno strumento, Glaucopide, e ora sono troppo stanco per rimettermi in cammino, per esaudire il vostro ultimo capriccio. Ricordo perfettamente la profezia, come avrei potuto dimenticarla? Dopo avere ucciso i Proci avrei dovuto riprendere il cammino, fino a una terra e a una gente così lontana dal mare che avrebbe scambiato il remo che avrei portato con me con l'arnese per spargere il grano sull’aia, e allora, fatti i dovuti sacrifici a Nettuno, sarei potuto tornare a casa per attendervi una vecchiaia serena e una morte tranquilla. Per anni, questa profezia mi ha ossessionato ogni mattina al risveglio e ogni notte prima del sonno: dove mai si trova, e quanto lontano, una terra e una gente che non conosce il mare? Quanti anni ancora di viaggio? Una vecchiaia serena? Certo, ma sarò già vecchio al ritorno. Fino a che ho deciso che non mi importa: se tu ancora ricordi, se Nettuno ancora non ha dimenticato, sia di me ciò che il vostro capriccio vorrà, ma io non mi rimetterò in viaggio in cerca del mio destino.”
La testa canuta fece segno di no, però disse: “È vero, Ulisse, non ti rimetterai in viaggio per i nostri capricci, ma perché il tuo destino sta nel tuo carattere. Che faresti mai, sennò, ogni giorno su questa roccia, a contemplare il mare e il passato?” Scosse di nuovo il capo, a fermare il gesto con cui l’itacese avrebbe voluto smentirla, e ancora il lampo azzurro saettò nell’aria, ma pietoso questa volta: “Tu no, Ulisse, non tu. A che ti giova restartene alla vampa del tuo focolare tranquillo, accanto alla tua antica consorte, tra le sterili rocce di quest’isola? Ad amministrare la legge per questa gente selvaggia che ammucchia, che dorme, che mangia e che non ti conosce? Fu errando che ti conquistasti un nome, e vedesti molte città, e molti uomini, e conoscesti la loro mente e, ciò che più conta, la tua, e bevesti con i tuoi pari l’ebbrezza della battaglia là nel piano sonoro di Troia battuta dal vento, e sei diventato parte di tutto ciò che incontrasti nella tua strada!”
Ma Ulisse non l’ascoltava più. Piegò le gambe e le strinse tra le braccia, appoggiò la fronte sulle ginocchia. “Sono troppo stanco,” disse, e restò così a lungo, come se fosse caduto addormentato, e quando sollevò il capo era solo.
Ormai il vento teso e freddo, che soffiava dalle cime nevose delle montagne dell’Epiro, aveva spazzato completamente il cielo lasciando che l’isola si scaldasse ai raggi del sole, ma l’anziano re, all’ombra della quercia, fu percorso da un brivido. Aveva fame, anche, perché il suo gran corpaccione gli chiedeva cibo, e avrebbe voluto tornarsene alla reggia, per mangiare e riposare, ma lo tratteneva il pensiero di Penelope, le sicure rimostranze con cui lo avrebbe accolto se fosse salito alla loro camera nuziale, l’eterno racconto, se l’avesse trovata nella sala abbasso, che avrebbe finto di ripetere alle sue ancelle ma solo per rinfacciarlo a lui.
Gli sembrava di sentirla, quella voce che suonava ora querula e ora spocchiosa, mentre narrava per l’ennesima volta come avesse respinto – per amore di Ulisse! e contro il parere dei genitori! e persino di quello di suo figlio, sempre preoccupato per le sue sostanze! - l’offensiva dei Proci: “Loro mi facevano fretta, mi spingevano a quel passo aborrito, ma io mi armai, contro di loro, di un ingegnoso inganno (mica sono astuti solo certi uomini!), e incominciai, nelle mie stanze, a tessere una grande tela sottile, immensa, e dissi ai Proci: «Giovani, amanti miei, certo Ulisse è già sceso tra i defunti, ma acconsentite a ritardare le mie nozze con uno di voi fino a quando non abbia finito questo lenzuolo funebre per Laerte, perché non voglio che qualche donna possa rimproverarmi di aver lasciato mio suocero senza un drappo in cui giacersi estinto». E loro ci credettero, e io di giorno tessevo, e di notte distessevo, e li ho portati in giro così per quattro anni, e se non fosse stato per quella cagna di Melanto, l’ancella che andava a letto con Eurimaco...”
Si rimise in testa il pileo e si alzò, con le mani si batté le coste per riscaldarsi, poi si avviò per lo stesso aspro cammino, attraverso gioghi boscosi, che aveva percorso dieci anni prima per raggiungere la fonte d’Aretusa e, lì presso, la casa di Eumeo. Anche quel giorno, dieci anni prima, Pallade gli si era presentata: nelle forme delicate di un pastorello, quella volta, ma nobile nell’aspetto e nelle vesti, e gli aveva confermato che sì, quel lido sul quale i feaci lo avevano deposto era proprio Itaca, casa sua. Poi, ricordò Ulisse mentre percorreva la strada impervia, abbassando il capo per evitare i rami più bassi delle querce e dei pini, Pallade aveva cambiato anche l’aspetto di lui: affinché potesse presentarsi alla reggia senza essere riconosciuto, e prendere così di sorpresa i Proci, aveva reso secca e rugosa la pelle liscia e ancora fresca che gli copriva le membra flessibili, aveva fatto di cenere il biondo dei capelli, aveva reso opachi e grinzosi gli occhi. Scosse la testa e sorrise ironicamente a se stesso. Proprio come sono adesso, pensò, e senza necessità di prodigi.
Trovò Eumeo seduto davanti all’entrata del grande recinto che attorniava le stalle dei maiali. Rugoso anche lui, e incanutito, teneva la faccia al sole e solo di tanto in tanto socchiudeva gli occhi per seguire il lavoro dei garzoni. Sopravvivevano solo due dei grandi mastini che dieci anni prima avevano accolto ringhiando l’arrivo di Ulisse, e giacevano ai piedi del loro padrone imitandone il sonnecchiare, ma altri quattro, ugualmente grandi e ben più vivaci, si aggiravano scrutando attorno con minacciosi occhi rossi, però, a differenza dei loro genitori dieci anni prima, riconobbero il visitatore e andarono a sottoporre il gran testone alle sue carezze. Anche Eumeo stava per muoversi e rendere omaggio al suo re, ma questi lo precedette sedendosi al suo lato. Batté una mano sul ginocchio dell’anziano, il migliore dei suoi servi, il migliore dei suoi amici: “Ho fame, Eumeo,” gli disse.
Senza rispondere, l’altro fece un gesto a due dei garzoni e quelli, senza domandare, entrarono nel recinto e ne trassero un gran verro, poi, non senza fatica e con grande abbaiar dei cani, lo trascinarono davanti a Eumeo. Questi raccolse da terra un bastone di quercia e avventò un colpo, uno solo, sul cranio dell’animale, che stramazzò al suolo esanime, allora i garzoni presero a squartarlo e a infilare negli spiedi i pezzi cosparsi di farina, mentre il porcaio, non dimentico dei celesti, gettava nel fuoco un ciuffo di peli svelti dal capo della bestia e innalzava voti ai numi. Gli spiedi girarono e girarono, mentre i commensali si ristoravano con tazze di vino, e finalmente Eumeo si alzò, li trasse dal fuoco e fece otto parti: una l’offrì alle Ninfe, una a Ermes, poi porse in giro le altre riservando la succulenta schiena a Ulisse. “Eumèo,” gli disse questi, come dieci anni prima quando il porcaro, pur senza averlo riconosciuto, gli aveva offerto la stessa accoglienza, “che tu possa vivere sempre caro al padre Giove.” E affondò i denti nella carne.
Satolli, i giovani tornarono alle loro incombenze mentre i due anziani vuotavano le tazze del vino, dando nuovo alimento al sonno che li appostava, ma a un tratto Ulisse versò al suolo le ultime gocce e si alzò, stirò le lunghe membra ancora nerborute. “Vado a casa, Eumeo,” disse, “a riposare nel mio letto.” “Ci vedremo stasera,” affermò tranquillamente l’altro, per la lunga abitudine. Il re si passò la mano nei capelli, nella barba, poi annuì. “Stasera, certo,” disse. E aggiunse: “Ma alla nuova taverna, quella al porto di Kioni,” e si voltò per andarsene e non vedere l’espressione stupita del porcaro. Ne udì però la voce: “E Femio? E Filezio?” “Anche loro, certo,” disse senza voltarsi, e si inoltrò nel sentiero roccioso fino a sbucare nel grande spiazzo dove sorgeva la reggia, e a varcarne la soglia di marmo.
La grande sala era vuota, con l’unica eccezione di un’ancella che puliva il desco al quale soleva sedersi Penelope: detergeva con una spugna macchie di vino, raccoglieva con uno straccio un pane sbriciolato, e i movimenti mettevano in evidenza una figura sinuosa che ricordò a Ulisse quella di Circe, braccia morbide che ricordarono a Ulisse quelle di Calipso. Ma cantava sottovoce una melodia sciocca e il re scosse la testa, passò accanto alla fanciulla ignorandone il saluto e salì l’alta scala che portava alle stanze superiori, al gran letto maritale da lui stesso ingegnosamente costruito scavando il tronco di un olivo rigoglioso.
Penelope vi giaceva supina, vestita e calzata, il volto arrossato, gli occhi serrati e la bocca semiaperta in un sonno ebbro che le faceva emettere un gorgoglio leggero, bella ciononostante. Ulisse la contemplò a lungo, perduto nella ricerca di ciò che aveva tanto cercato, poi si sedette sul bordo del letto e sciolse i lacci dei calzari, si stese dando le spalle alla moglie e invocò il sonno. Già ne era stato quasi vinto quando la mano di lei gli si posò sulla spalla, e la guancia di lei sulla schiena, e la voce di lei, triste oltre le lacrime, chiese:
“Perché sei tornato, Ulisse?”


© 2007 Aliberti editore. All Rights Reserved.
 
Pros. >
Annuncio Pubblicitario

Personaggi nei blog

Citati, a volte del tutto a sproposito, ecco alcuni personaggi di ieri nei blog di oggi.

Prova posizione U12

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. 

La storia è...

...una continua citazione

Il CercaStoria

Un motore di ricerca specializzato. Solo Storia. Con la minor quantità possibile di risposte fuori tema.
Google Custom Search

Vuoi segnalare un sito di contenuto storico da inserire? Vuoi collaborare alla manutenzione del motore? O vuoi mettere il CercaStoria sul tuo sito? Parliamone.