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Solo io non gli obbedivo PDF Stampa E-mail
Il figlio del feldmaresciallo Bernard Law Montgomery, visconte di Alamein, ricorda la sua infanzia come un continuo trasferimento da una stazione militare all’altra. «Ero sempre affidato a un governante», dice David Montgomery. «Il collegio dai sette anni in poi mi ha aiutato a sviluppare uno spirito indipendente: sono stato l’unico che abbia osato ribellarsi a mio padre».


Londra, febbraio

Sull’elenco telefonico di Londra figurano due David Montgomery. Uno fa il fotografo, l’altro davanti al nome ha il titolo «Right Honorable». «In Gran Bretagna non si dà dell’onorevole ai parlamentari», spiega il figlio di sir Bernard Law Montgomery, visconte di Alamein, «ma ai figli dei pari d’Inghilterra. Però, pur non essendo un membro del Parlamento, di politica mi occupo anch’io, benché al gradino più basso: sono consigliere comunale».
Il «Right Honorable» David Montgomery, iscritto al Partito conservatore e consigliere del municipio londinese di Kensington e Chelsea, abita una bella casetta di tre piani in una zona tranquilla di fronte al verde di Holland Park. Ma della raffinata tranquillità della sua casa e del verde riposante del parco gode poco. «Lei è fortunato a trovarmi a Londra», dice, «perché quello di consigliere comunale per me non è un lavoro a tempo pieno. In realtà sono un consulente commerciale e almeno cinque o sei volte all’anno faccio lunghi viaggi d’affari all’estero, per lo più in America Latina. Ricco? No, non sono ricco: col mio lavoro ci si guadagna da vivere bene, ma non si diventa ricchi».
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Montgomery a Berlino, con il russo Rohossovsky

Neanche a fare il comandante militare di professione si diventa ricchi. Il feldmaresciallo Montgomery forse ricco è diventato, ma solo quando ha deposto la spada: i suoi libri di memorie belliche sono stati tradotti in molte lingue. David Montgomery va verso gli scaffali ai due lati del caminetto e mi mostra l’ultimo volume che suo padre ha pubblicato nel 1968, Storia delle guerre: dai primordi della storia ai nostri giorni. Dopo cinquant’anni di battaglie, poteva ben scrivere un trattato. «“Non ho scritto questo libro per esaltare la guerra”», scandisce David Montgomery leggendo la prefazione. «“Ho cercato invece di mettere in luce il sacrificio e lo sforzo che la guerra impone agli uomini e alle donne… Scopo di un capo militare non deve essere solo quello di vincere la guerra ma anche di adoperarsi per prevenirla. Alcuni anni fa sir Winston Churchill disse: “ La pace è il massimo premio cui ambisco”. Nessuno meglio di un soldato sa l’enorme valore di quel premio, perché nessuno, meglio di un soldato, conosce quel mostro chiamato guerra…”». La firma in fondo alla prefazione è «Montgomery di Alamein» È la stessa che, con distacco tutto britannico, conclude la dedica che sulla pagina precedente il feldmaresciallo ha tracciato per il figlio: «A David, quest’ultimo libro che volevo scrivere, e forse il migliore, dall’autore: suo padre, Montgomery di Alamein».
«Io dissento, secondo me non è il migliore fra i libri che ha scritto», dice David. «Ma lei mi chiedeva che tipo di rapporti ho avuto con mio padre: è difficile dirlo. Io sono sempre stato molto indipendente, e fin dall’inizio ho cercato di costruirmi una vita completamente diversa dalla sua. Credo oggi di avere ben pochi punti di contatto con lui quanto a carattere, atteggiamenti, modo di essere. Non saprei spiegare perché. Però quando si è figli di un personaggio molto noto ci si sente costantemente dire da qualcuno: “Oh, come assomigli a tuo padre!”, e da qualcun altro: “Oh, è strano come non vi somigliate affatto”. Così alla fine, se uno non vuole rimanerne frastornato, è meglio che si scavi un tracciato del tutto indipendente.
«In questo mi ha aiutato molto il sistema di educazione inglese, che in fondo è piuttosto singolare. Si va via da casa ancora ragazzini per entrare nella “boarding school”, che è praticamente il vostro collegio. Questo ti fornisce un gran senso d’indipendenza: ti insegna a reggerti con le tue sole gambe fin da piccolo. Nel mio caso poi mi è servito anche a non sentire molto la lontananza di mio padre. Già da piccolissimo infatti ho vissuto molo raramente con i miei genitori: fra i miei primi ricordi ci sono i viaggi, sì, eravamo sempre in viaggio. Venivo continuamente trasferito di qua o di là, e nel frattempo i miei si erano già spostati in chissà quale altra stazione militare. Ecco, avevo la sensazione di essere sempre scaricato da qualche parte con altra gente: loro andavano avanti, e io seguivo, affidato a una governante…».
«A quale luogo, in particolare, risalgono i suoi primi ricordi?», chiedo.
«Oh, l’India, direi. Lì mio padre era comandante del centro di addestramento per ufficiali superiori, nell’India settentrionale. Ma poi ci fu il terremoto del Quatar, nel 1935, il più grosso disastro naturale di questo secolo. Io avevo sette anni allora, ero troppo piccolo per la “boarding school”, ma dopo quel terremoto, i miei genitori, forse un po’ preoccupati, mi ci mandarono lo stesso. Così tornai in Inghilterra, cosa che mi piacque moltissimo. L’anno dopo però morì mia madre. E poi naturalmente ci fu la guerra, così i contatti con mio padre furono piuttosto limitati».

L’ora del trionfo

Nel 1939 Bernard Law Montgomery è già generale da un anno. Gli affidano la terza divisione, che comanda in Francia fino alla evacuazione di Dunkerque. Nel 1941 comanda il V corpo d’armata e poco dopo gli danno il comando dell’Inghilterra sud-orientale. L’anno dopo, con la stelletta della promozione, arriva un altro comando: l’8° armata britannica in Egitto, agli ordini del generale Alexander, il responsabile britannico per tutto lo scacchiere mediorientale. Si avvicina il momento decisivo nella carriera di Montgomery: schierato di fronte agli inglesi c’è l’afrika Korrps della «volpe del deserto», il feldmaresciallo Erwin Rommel. Dopo una preparazione meticolosa «Monty», come lo chiamano affettuosamente i suoi, ordina l’attacco di El Alamein. I carri armati britannici riescono a sfondare e stravolgere le linee nemiche. Comincia il lungo inseguimento nel deserto, fino ai confini della Tunisia, dove i tedeschi vengono ancora una volta travolti sulla linea Mareth. Gli uomini della 8° armata di Montgomery si congiungono così con le forze americane. Per «Monty» è il trionfo. Cinque giorni dopo, il 13 maggio 1943, i tedeschi si arrendono in Africa: Bernard Law Montgomery diventa sir Bernard Law Montgomery, e aggiunge un’altra stelletta (il titolo di visconte di Alamein gli arriverà nel 1946). Comanderà poi sempre l’8° armata britannica nell’invasione della Sicilia e dell’Italia meridionale. Con la promozione a feldmaresciallo gli verranno affidate, sotto il comando supremo del generale americano Dwight Eisenhower, le forze alleate per lo sbarco in Normandia. Poi le Ardenne. Infine, i suoi uomini attraverseranno il Reno dilagando verso Amburgo e Brema. «credo che, se si vuole attribuire a una sola qualità l’immenso successo che ha avuto», mi dice ora suo figlio David, «questa possa essere senz’altro l’estrema determinazione dei suoi propositi, l’assoluta, totale dedizione al compito che aveva per le mani. Andava a letto presto la sera, sempre, non si concedeva nessunissima distrazione. Però alla fine della guerra, dopo aver ricevuto nelle sue mani la resa tedesca, si era talmente abituato a dare ordini che si aspettava che tutti gli obbedissero istantaneamente. E in quell’epoca io ero un giovanotto piuttosto ribelle… Cioè, per me quello era il periodo in cui uno mette in dubbio tutto. Per fortuna, perché se non lo si fa a quell’età non lo si fa più. Ricordo che questo produsse qualche attrito fra noi. Per esempio io mi chiedevo se valesse davvero la pena d’avere un esercito…».
«Ma lei è stato nell’esercito due anni…».
«Sì, e devo dire che non mi dispiaceva. Fu dal 1946 al 1948, cioè da quando compii i diciotto anni. Ero giovane, molto sportivo, affamato di azione. Quello che non mi andava molto invece era d’avere mio padre come comandante, come capo dello stato maggiore. Anche perchè non era né un padre né un comandante qualsiasi. Con un padre così tutti si aspettavano di più da me, e d’altra parte non potevo mai sapere se colleghi e superiori si comportavano nei miei confronti per quel che ero io o per quel che era mio padre. Comunque in quel periodo, l’immediato dopoguerra, si pensava che un altro conflitto sarebbe stato inevitabile. Io l’attendevo quasi con impazienza. Poi, visto che non succedeva nulla, decisi di lasciare l’esercito: se qualcosa succede, pensai, mi richiameranno, e se quel che succede è la guerra, non importa se sono militare di professione o di complemento, faccio ugualmente in fretta a far carriera. Così andai all’università di Cambridge e mi laureai in ingegneria. Poi decisi che volevo lavorare all’estero, e allora mi feci assumere da una multinazionale e passai i dodici anni successivi oltremare. Come mio padre? Sì, probabilmente: continui viaggi all’estero come lui, almeno. Ma in tutt’altro settore, non il mondo militare ma quello degli affari. E in tutt’altra area: l’america Latina. Parlo spagnolo e portoghese, e ormai mi sono messo in proprio: mi consultano le società britanniche interessate ai mercati sudamericani».
«Nel suo studio, mister Montgomery, c’è una foto con dedica di Winston Churchill. Com’erano i rapporti fra Churchill e suo padre?».
«A mio padre i politici non piacevano. È sempre stato un po’ ossessivo con quel suo continuare a ripetere che i politici sono inutili. Dopo la guerra, quando diventò un soldato internazionale con la NATO, cominciò a suggerire ai politici come avrebbero dovuto comportarsi. Sfortunatamente ai politici la cosa non piacque molto, mentre d’altra parte a mio padre ormai piaceva essere obbedito… Ma in realtà la politica non era affatto il suo campo, visto che era essenzialmente un uomo di guerra. E io sono sicuro che, benché lui anche nei suoi libri abbia molto insistito sulla necessità che i militari illuminino i politici e che i politici abbiano le idee ben chiare sugli scopi militari, sono sicuro che la storia lo ricorderà solo come un grande generale che vinceva le battaglie, un soldato con brillanti doti tattiche e strategiche. Churchill, lei diceva: Churchill è forse l’eccezione, perché è l’unico politico che sia stato l’eroe di mio padre, uno degli uomini che considera di aver avuto per amici. Ma io sospetto che a suo tempo abbiano lottato terribilmente fra loro. Ma poi, una volta diventati entrambi pensionati, si vedevano molto spesso. Credo che siano diventati davvero buoni amici. È il vantaggio dell’esperienza, del tempo che passa: porta a vedere le cose con più serenità. Per lo stesso motivo credo di essere diventato anch’io solo ora un buon amico di mio padre».

«Abbiamo fatto pace»

«Prima non eravate amici?»
«Bé, non eravamo nemici, ma lui aveva quest’insopportabile abitudine di voler comandare tutto e tutti, ed essere obbedito all’istante. Negli ultimi anni invece s’è messo in pace col mondo… Sa, tutti coloro che sono stati vicini alla mia famiglia dicono che anche da piccolo io ero l’unica persona che mio padre non riusciva a tenere sotto il suo controllo. Chissà perchè: forse è una questione di geni che si tramandano col sangue. Obbedire ciecamente è contrario alla mia natura: io mi sento più portato a pensare con la mia testa , a cercare di pensare in modo creativo. Ma ora no, abbiamo un rapporto davvero amichevole: per lui è passata l’età della lotta con tutto e con tutti, e così finalmente abbiamo stipulato la pace».
«Sarebbe possibile incontrare suo padre?».
«No, assolutamente no. Vive in campagna, non esce di casa, non vuole vedere nessuno che non sia strettamente un familiare, un vecchio amico. E io lo capisco. Lei piuttosto: vedrà il figlio di Rommel?».
«Può darsi, spero di sì. Perché?».
«Se lo vede, mi faccia una cortesia. Gli dica che vorrei conoscerlo. Sa, i nostri padri non si sono mai incontrati…».

Arturo Motti

© Copyright Arturo Motti. Riproduzione vietata. All Rights Reserved.
Prima pubblicazione su Oggi, Rizzoli editore, nel 197...?.
 
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Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. 

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