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Mia sorella la bomba atomica PDF Stampa E-mail
Personaggi

Nella Fermi, la figlia di Enrico: «Mio padre è stato un grandissimo fisico», ricorda, «ma come falegname era un fallimento completo». «Da piccola mi è mancato, era sempre occupatissimo e neanche mamma sapeva a cosa stesse lavorando». «Mi sembrò meraviglioso che mio padre, col suo lavoro, fosse riuscito a far finire la guerra: solo molto tempo dopo compresi...». «Papà pensava che sarebbe stata sganciata su un’isola deserta, a scopo intimidatorio: rimase molto colpito quando seppe di Hiroshima e di Nagasaki, e poi non amava parlarne»



Chicago (Stati Uniti),gennaio

La casa è grigia, malandata. Il quartiere non è bello: intorno abitano molte famiglie nere, segno sicuro che non siamo in un zona elegante. Nevica. Sul prato bianco due rugginose biciclette da donna sono incatenate a un albero. In strada passano poche ombre scure, ogni tanto. Per il freddo batto i piedi sul pavimento in legno del portichetto d’ingresso che ripara dalla neve, ma le assi scricchiolano, fradicie. Nella Fermi si fa aspettare.
Sulla porta a vetri un biglietto in italiano un po’ incerto avvisa: «Scusatemi, tarderò un poco». Un altro biglietto, attaccato con l’adesivo e ingiallito dal tempo, dice: «Open house, casa aperta». Seguono gli orari di visita per la mostra permanente delle ceramiche di Nella Fermi Weiner. I piatti, i vasetti, le sculture si vedono anche da fuori, attraverso il vetro, illuminati di violetto dai tubi fluorescenti che scaldano qualche piantina. Si vede anche una mantella, un paio di stivali, un giornale femminista.
Come sarà la figlia di Enrico Fermi? Si sa che l’uomo che ha aperto l’era nucleare, l’uomo che realizzò la prima pila atomica, non ha lasciato ricchezze. Ma la modestia di mezzi che traspare da questa casa lascia un po’ sgomenti: bene o male l’America deve tutta la sua potenza di oggi a Enrico Fermi, e sua figlia vive qui, con le bici arrugginite e l’impiantito che cede. Nella Fermi finalmente arriva, a piedi e infagottata in un cappottane. Chiede scusa per il ritardo, in inglese. Passa all’italiano con riluttanza: lo usa ogni tanto con la mamma, Laura Fermi. Ma è chiaro che parlare in italiano con me le costa, è come infrangere un’intimità legata al passato. L’italiano è un ricordo lontano: non l’ha insegnato neppure ai suoi figli.

«Bravino in matematica»

Quando suo padre si trasferì negli Stati Uniti, Nella aveva sette anni. Era il dicembre del 1938, e Fermi era andato a Stoccolma con tutta la famiglia per ricevere il Nobel per la fisica. Solo gli intimi sapevano che non sarebbe mai più rientrato nell'Italia fascista: la moglie, Laura Capon, era ebrea.
Oggi Nella Fermi ha quarantacinque anni. Sua figlia, Alice, diciottenne, è in un college fuori Chicago e torna a casa per le vacanze. Solo suo figlio, Paul, sedici anni, vive con lei. È un ragazzone robusto, vagamente hippie, con barba e capelli ricci che fanno pensare a un indiano. «È bravino in matematica», dice la madre dalla cucina mentre prepara un tè, «ma non credo che gli interessi la fisica...».
L’interno dell’abitazione è modesto ma accogliente, colorato. Una scala sale dal soggiorno al piano di sopra, dove sono le camere da letto e le stanze di due ragazze, ospiti paganti. Dalla cucina invece si scende nella grande cantina trasformata in laboratorio per i lavori in ceramica.
Il tè è ottimo. Nella Fermi lo serve da una teiera che ha fatto lei, dentro tazze anch’esse nate di sotto, in cantina. Mentre aspettavo mi sono guardato in giro, ho sollevato vasetti e statuine per leggere i cartellini del prezzo. Da un minimo di sei dollari a un massimo di venti: poche, pochissime migliaia di lire.
«Queste ceramiche, signora Weiner, sono un passatempo?», chiedo.
«Non mi chiamo più Weiner, ho divorziato. Sì, erano un passatempo, all’inizio. Ho cominciato molti anni fa. Ora invece, sa com’è, siamo molto materialisti in questo paese, le faccio soprattutto per venderle. La mia casa è sempre aperta a chi vuol vederle, e in più, una volta all’anno, organizzo una vera e propria mostra: spedisco gli inviti, ne parla anche il giornale di quartiere…».
«Ha mai pensato di esporle in Italia?».
«Può essere un’idea. Ma trasportare la ceramica da qui: che complicazione. Però ci penserò. Non sono mica una dilettante, sa? Da quattro o cinque anni insegno proprio “ceramica artistica” in una scuola di qui. Prima insegnavo “gioielleria”: ho un diploma in arte che abilita all’insegnamento».

«Fermi? Non ricordo»

Enrico Fermi: chi era? Prima di domandarlo alla figlia, ho provato a chiederlo per strada, ai passanti. «Ah, Fermi, sì, lo scienziato!», mi ha risposto un ragazzo. Ma poi ha subito precisato che essendo uno studente in matematica non poteva ignorarlo. «C’è un istituto Fermi laggiù, all’università», mi ha risposto una donna, «ma non so perché l’abbiano chiamato così». «Fermi? Sì, è un nome che ho già sentito», ha detto frettolosamente un altro.
Al Fermi Institute i più anziani fra i professori lo ricordano invece con affetto, parlano dei suoi modi semplici, gentili. «ancora qualche anno prima che morisse, nel ’54, veniva all’università in bicicletta». Qualcuno parla del fiasco di Chianti con il quale si brindò, nel 1942, alla riuscita della prima reazione a catena. Ma sono ricordi stereotipati, ormai entrati nell’iconografia ufficiale del personaggio. Di lui, del suo lavoro qui, è rimasto poco. Una scultura di Henry Moore alla «potenza nucleare» è stata eretta nel punto in cui sorgeva la sala del gioco della «squash ball» dentro la quale fu costruita la pila. Un ritratto a olio dello scienziato è appeso in una specie di aula magna. Il sincrociclotrone intorno al quale lavorò dopo la guerra non c’è più: era il più potente del mondo, allora; ora è solo un buco di dieci metri in un enorme hangar, una grande orbita cava.
Un piccolo oggetto metallico, un contacolpi a mano, con su inciso il suo nome, è custodito in quello che fu il suo ufficio, la stanza numero 188, quando ancora l’istituto non era intitolato a lui ma si chiamava soltanto Research Institute, istituto di ricerca. In quest’ufficio lavora ora un altro scienziato italiano, il professore Riccardo Levi Setti. «Sono perseguitato dai grandi», mi dice scherzando, «all’università di Pavia avevo la lavagna di Alessandro Volta, qui mi hanno dato il laboratorio di Fermi…».
«Com’era suo padre in famiglia?», chiedo a Nella Fermi.
«In famiglia? Lo vedevamo poco: certo, era molto occupato. Spesso gli capitava di lavorare anche di domenica. Ma quando non lavorava ricordo che facevamo lunghissime passeggiate insieme. Talmente lunghe che mi sembra di sentire ancora nelle gambe la stanchezza di allora. Durante la settimana invece lo vedevamo solo per colazione e per cena. Non era distratto e assorto nelle sue formule, come ci si immagina che debba essere per forza uno scienziato. Anzi, lo ricordo sempre, come dire?, con i piedi per terra, sempre molto pratico. A pensarci bene, da piccola ho sentito un po’ la sua mancanza, il fatto che avesse poco tempo da dedicarmi: ne ho sofferto. Mi chiamava “bestiolina”, ma stavamo poco insieme. Poi invece, da più grande, deve aver cominciato a trovare più interessante la mia compagnia. Ricordo che facevamo discussioni interminabili: si parlava di tutto. Era aperto, disponibile.
«Lei vorrà che racconti un aneddoto, un particolare che io sola posso ricordare, non é vero? Le dirò che mio padre sarà stato un grande fisico, ma come falegname era un disastro. Quand’ero ancora studentessa d’arte gli chiesi una volta di aiutarmi a preparare le cornici. La guerra era finita, aveva più tempo disponibile, ormai, e allora si mise con me, con la sega, a tagliare le asticciole di legno. Ma non venivano mai della lunghezza giusta. E a lui sembrava impossibile: “Ma come”, ripeteva, “le abbiamo misurate…”».
«Al tempo della pila atomica sapevate a che cosa stava lavorando?».
«No, neanche la mamma lo sapeva. Lo abbiamo saputo dopo, dopo la bomba di Hiroshima. Certo, capivamo che faceva qualcosa di importante, ma non ne sospettavamo nemmeno la portata. E questo influiva anche sui rapporti familiari. La mamma, per esempio, non protestava troppo per il fatto che lui fosse sempre a lavorare. Però ogni tanto sbottava. Ricordo per esempio il giorno di Natale del ’43, o era il ’44?, eravamo a Los Alamos, dove stavano facendo esplodere la prima bomba atomica, ma lo apprendemmo molto dopo. La mamma si arrabbiò, gli telefonò in laboratorio, e lo costrinse a tornare a casa».
Los Alamos: dietro i reticolati di filo spinato che delimitarono la «zona tecnica» si prepara l’esperimento «Trinity». Alle cinque e trenta del 16 luglio 1945 ad Alamogordo, nel deserto del nuovo Messico, per «Trinity» è il momento della verità: esplode la prima bomba atomica. Enrico Fermi, sdraiato per terra come tutti coloro che avevano assistito all’esperimento, si alzò, sollevò il braccio, e imperturbabile lasciò cadere in terra una manciata di coriandoli. L’onda d’urto li fece discendere secondo una traiettoria obliqua. Fermi ne confrontò l’inclinazione con alcuni grafici che aveva tracciato, e disse subito qual era stata la potenza della deflagrazione: quando vennero controllati gli strumenti di misura si scoprì che non aveva sbagliato.
Per la famiglia Fermi invece il momento della verità arrivò solo il 6 agosto 1945, quando il presidente Truman rilevò il segreto di Los Alamos annunciando alla radio il bombardamento di Hiroshima. «Fino ad allora», ricorda Nella Fermi, «la presenza di tutti quei fisici aveva destato curiosità, ma nulla di più. Quel che stavano facendo andava troppo al di là di ogni possibile immaginazione… Una volta gli insegnanti della mia scuola decisero che, visto che c’erano tanti fisici in giro, potevamo invitarne qualcuno a tenerci una lezione. Vennero in quattro o cinque, e fra loro c’era anche mio padre. La lezione che improvvisarono era naturalmente di fisica elementare, alla nostra portata. Però rammento perfettamente che non capii nulla, assolutamente nulla di quel che dissero i colleghi di mio padre, mentre era tutto chiaro, semplice, comprensibilissimo quello che disse lui».
«Cosa pensò, signora Fermi, quando esplose la bomba su Hiroshima?».
«Be’, ero ancora una ragazzina, e per me la guerra c’era sempre stata. Mi sembrò meraviglioso che mio padre fosse riuscito, col suo lavoro, a far finire la guerra. Quindi la bomba era una cosa positiva, e del resto era quel che allora ne dicevano tutti. Solo dopo, molto dopo, ne ho compreso anche il riflesso negativo. Non saprei quando, esattamente. Forse anni dopo, quando cominciai a parlarne con papà. Certo, potrei dire che, come per tutte le scoperte e per tutte le invenzioni, non c’è niente di negativo o di positivo nell’energia atomica, ma che tutto dipende dall’uso che se ne fa. Gli scienziati che hanno realizzato la bomba, e in particolare mio padre, volevano che venisse sganciata su un’isola deserta, a titolo puramente dimostrativo: bastava vederne gli effetti per scoraggiare chiunque dal proseguire la guerra. Ci sono rimasti male, molto male, quando hanno visto invece che la bomba è stata usata due volte contro i giapponesi, a Hiroshima e a Nagasaki, senza nemmeno dar loro il tempo di rispondere, di arrendersi dopo la prima esplosione. Mio padre poi non amava riparlarne, ma le rare volte che lo faceva c’era sempre una certa amarezza nelle sue parole. Poi, perché contro i giapponesi? Perchè gialli e non bianchi? I fisici semmai la bomba l’avevano fatta per i tedeschi, che, si sapeva, erano sul punto di realizzarla anche loro. Ma i giapponesi!
«Comunque è difficile capire, se non si è vissuto quel periodo, l’atmosfera che c’era qui in America durante la guerra, la paura che potesse vincere Hitler…
Forse per questo mio padre non ha mai manifestato incertezze, non ha mai avuto dubbi, è riuscito a rimanere sereno anche dopo Hiroshima e dopo Nagasaki. Contrariato certo, amareggiato forse, ma sereno. Però, quando gli hanno chiesto di lavorare alla bomba all’idrogeno, si è rifiutato. Credo che sia stato felice di dedicarsi, da allora in poi, solo alla fisica pura».

Arturo Motti


© Copyright Arturo Motti. Riproduzione vietata. All Rights Reserved.
Prima pubblicazione su Oggi, Rizzoli editore, nel 197..?
 
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