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Al Cremlino preferiva il Vaticano PDF Stampa E-mail

Image«Mio padre», dice il figlio di Bertrand Russell, «era un ateo convinto, ma dopo essere stato in Russia ripeteva che piuttosto che a Mosca avrebbe vissuto in Vaticano». «La religione almeno è come il vino», diceva, «matura con gli anni». «Non mi ha mai imposto le sue idee, ma discuteva con me di filosofia anche quando avevo solo cinque anni». «Fra me e papà la differenza d’età era di 65 anni»


Londra, marzo

È una stradina buia, Hamilton Road, alla periferia sudoccidentale di Londra. Pioviggina. Cerco il numero ventinove alla luce dell’accendino, inoltrandomi in giardinetti tutti uguali che l’oscurità rende tristi e scialbi. Conrad Russell abita qui, e certamente non è ricco, altrimenti non avrebbe chiesto cinquanta sterline per parlare di suo padre, il filosofo Bertrand Russell. Le prime cose che colpiscono, di lui, appena apre la porta di casa e mi introduce in un microscopico salottino, sono la cortesia estremamente formale, la pronuncia di Eton, il linguaggio ricercato. Papà Bertrand insisteva molto sull’uso appropriato delle parole: lui però era un maestro di chiarezza.
Ma Conrad Russell ha un grosso merito; ricostruisce punto per punto il mito di suo padre, che la lettura del libro di Katharine Russell, sposata Tait, la sua sorellastra, mi aveva distrutto. Katharine non lo dice proprio espressamente, ma è chiaro che per lei Bertrand Russell è stato un fallimento quasi completo: predica il libero amore, ma appena sua moglie gli sforna due figli adulterini divorzia; predica il pacifismo, ma poi di fronte al nazismo di Hitler e al fascismo di Mussolini deve ammettere che non c’è pacifismo che tenga; organizza una scuola-modello per bambini liberi, e lei, che della scuola è alunna per sette anni, ne esce piena di complessi e di complicazioni, tanto che suo padre deve mandarla da uno psichiatra...
Per Conrad, professore di storia all’università di Londra, Bertrand Russell è stato invece un padre meraviglioso. Litigò con lui, quando il filosofo irrequieto divorziò anche da sua madre per sposare la quarta moglie, Edith Bronson Finch, e per qualche tempo non volle vederlo. Ma non ne parla nemmeno. Per lui, che lo ha conosciuto ormai settantenne (Bertrand Russell aveva 65 anni quando egli nacque), è andata meglio che per Katharine, la figlia della seconda moglie, Dora Winifred Black.
«Probabilmente il primo ricordo che ho di lui», dice, «è di quando arrivammo in California. Dovevo avere due anni. Avevamo viaggiato in treno tre giorni e tre notti, e io mi ero così abituato che pensavo che ormai non ne saremmo più scesi. Invece scendemmo, e lui, con estrema calma, sovrintendeva alle operazioni di scarico dei bagagli. È un ricordo però piuttosto vago. Invece mi è più chiaro il viaggio dell’anno successivo, quando sempre in treno attraversammo il Grande Lago Salato, nell’Utah. Sul pelo dell’acqua galleggiavano grossi grumi bianchi, e lui pazientemente mi spiegava che erano di sale. Non riuscivo a crederci. Se non fossimo stati in treno lui mi avrebbe preso per mano, come faceva sempre, e me li avrebbe fatti assaggiare. Era fatto così: la ricerca di qualcosa, insieme, sul vocabolario oppure su un’enciclopedia, costituiva una normale procedura di famiglia».
Fingeva di non conoscere le risposte per mettersi al suo stesso livello?
«No, non fingeva affatto. Nessuno conosce tutte le risposte. Era sempre pronto ad ammettere che quella certa cosa lui non la sapeva. E questa è probabilmente una delle cose più importanti che mi ha insegnato: non c’è da vergognarsi se non si sa tutto. Quanto al mettersi allo stesso livello di un bambino di quattro o cinque anni, non aveva bisogno di ricorrere a trucchetti. Papà non dava alcuna importanza allo “status” di chi esprimeva un’opinione: che a parlare fosse un primo ministro o una cuoca, un adulto o un bambino, lui badava solo al concetto che veniva espresso, all’idea che c’era dietro le parole. Di conseguenza si sentiva libero di trovare intelligente o sciocca una argomentazione, chiunque l’avesse espressa. Ricordo che con me bambino, per esempio, discuteva senza difficoltà di problemi di filosofia. Ce n’era uno che gli era stato posto da un amico polacco: quando piove, nell’area fra una goccia e l’altra piove o non piove? Era una specie di giochetto, però lui era realmente interessato alle risposte che io gli davo. Io non avevo nemmeno vagamente l’idea di discutere di un problema di alta logica con uno specialista del suo calibro».
Per lei qual era la soluzione?
«Per me piove anche fra una goccia e l’altra».
E per suo padre?
«Molte delle cose di questo tipo, di cui parlavamo quand’ero bambino, le ho poi ritrovate nei suoi libri, leggendoli da adulto. Di questa invece non ho ancora trovato traccia, e non sono sicuro di ricordare bene. Mi sembra però che per lui fossero valide entrambe le soluzioni: piove e non piove. C’era poi un altro di questi problemi, che discuteva con me: se stai seduto su una spiaggia, puoi esser certo che ci siano intorno a te più granelli di sabbia di quelli che riesci a vedere? Io dicevo di sì e secondo lui sbagliavo, però non lo disse mai, evidentemente per il suo rispetto delle opinioni altrui. Scoprii dopo, solo sui suoi libri, che secondo lui è estremamente probabile che i granelli di sabbia siano più di quelli che si vedono, ma non se ne può essere certi».
Quando ha capito chi era suo padre?
«Vuol dire quando ho capito che mio padre era un grand’uomo? Prima dovremmo intenderci sulle parole “grand’uomo”. Era normale, per me, considerare mio padre un grand’uomo, come per ogni altro bambino. Non credo d’essermi mai reso conto di quanto fosse inconsueto avere un sacco di gente importante che veniva a fargli visita. Ma in realtà, oggi, da adulto, trovo più che altro divertente ricordare certi particolari umani di mio padre: l’annotazione in margine a certi appunti che doveva leggere alle Nazioni Unite, per esempio. C’era scritto: argomentazione debole, meglio urlare. Oppure certe sue abitudini di ogni giorno: il modo in cui accendeva la pipa, che poi era anche un pretesto per prendere tempo prima di rispondere; la sua felicità quando aveva degli interlocutori appassionati e un buon bicchiere di whisky in mano».
Lei oggi, professore di storia, cosa pensa di suo padre come storico?
«Bè, io non sono uno specialista di storia della filosofia, comunque posso dire che ho trovato, come dire, rinfrescante la sua Storia della filosofia occidentale. Mi sembra che affronti i problemi con estrema freschezza di idee e con molta originalità, con per di più questo dono che aveva di riuscire a farsi capire assolutamente da tutti. Credo invece che non l’interessasse molto la normale storia politica, quella che insegno io, soprattutto perché nella nostra famiglia di storia ce n’era già tanta, che separare la nostra storia dal resto della storia probabilmente gli sarebbe stato difficile. Qualche volta mi capita di pensare all’influenza che subiscono coloro che crescono in casate d’antica data, abituati a convivere con i ritratti degli antenati, a chiedere informazioni sul loro conto e a sentirsene ripetere le storie. Io per esempio ricordo che già a cinque o sei anni sapevo che lord William Russell finì con la testa tagliata per essersi opposto al re. Forse mio padre non ha fatto altro che seguire la tradizione di famiglia: la resistenza all’autorità quando l’autorità cerca di limitare la libertà di pensiero».
Cosa pensa del tribunale Russell?
«Del tribunale che organizzò nel 1967 per investigare sui crimini di guerra in Vietnam? Credo che sia stata un’ottima idea per sensibilizzare l’opinione pubblica su problemi che sembravano nemmeno esistere. Pensiamo per esempio all’uso di defoglianti, alla guerra ecologica che gli americani conducevano allora. Quando mio padre ne parlò, l’Observer quasi scrisse che Bertrand Russell doveva essere uscito di senno. Due anni dopo però lo stesso settimanale aveva fatto propri gli stessi discorsi, anzi, lamentava che alla cosa nessuno avesse dato importanza per tempo. Naturalmente se si vuole attirare l’attenzione su qualcosa di cui nessuno parla perché sembra sconveniente, occorre usare tecniche capaci di drammatizzare il problema. Ho qualche dubbio invece sul fatto di chiamarlo “Tribunale dei crimini di guerra”, perché se si parla di crimini bisogna parlare anche di giurisdizione, e chi ha giurisdizione sui crimini di guerra? Ricordo una discussione che ebbi con qualcuno, forse con mio padre, al tempo del processo Eichmann. Mi chiedevo: ma in base a quale legge gl’israeliani processano Eichmann? Alla fine concludemmo che lo processavano in base alla legge naturale. Ma, insomma, siamo un po’ sull’astratto. Oggi poi mi sembra che, anche per la contrapposizione fra il tribunale Russell e il tribunale Sacharov, chi legge i resoconti delle sedute di questa corte può credere che mio padre fosse un marxista.
Non so se lei ha letto il libro che pubblicò nel 1920, sulla pratica e la teoria del bolscevismo, dopo aver visitato la Russia. Credo che quello sia uno dei suoi lavori migliori. Chi scrive un libro come quello non può essere considerato un marxista: il marxismo per lui era una filosofia inumana. Papà aveva certamente molto in simpatia il socialismo, ma trovava intellettualmente offensivo il concetto di materialismo storico. Diceva sempre che se avesse dovuto scegliere fra il Vaticano e il Cremlino, lui, ateo, avrebbe scelto il Vaticano, perché le religioni, come i vini, almeno maturano col tempo. Certo, al tribunale Russell lavorò fianco a fianco con i marxisti: al tempo della prima guerra mondiale, da pacifista, lavorò fianco a fianco con i quaccheri, ma non per questo era quacchero anche lui».
La religione: come affrontava questo argomento suo padre, quando lei era un bambino?
«Quando gli chiedevo qualcosa mi spiegava le idee che su un certo soggetto hanno i cattolici, i musulmani, i buddisti, e così via, sempre con un tono molto sereno. Non ha mai cercato di impormi nessuna verità. Se poi volevo sapere cosa, su quel certo soggetto, pensava lui, dovevo chiederlo espressamente. Parlava con lo stesso tono conciliante e lo stesso linguaggio semplice dei suoi libri».
Li ha tutti i suoi libri?
«Ne ho una settantina, gli altri non li ho ancora trovati, e forse non saprei nemmeno dove metterli. La casa è piccola…».
Mi accompagna alla porta della sua piccolissima casa, assieme alla moglie, Anne Elizabeth. I loro figli, Nicholas, di sette anni, e John, di quattro, non si sono visti: dormivano. Conrad Russell mi assicura che cerca di educarli come lui fu educato da suo padre. Fuori, nella stradina buia, pioviggina ancora: fra una goccia e l’altra, piove o non piove?

Arturo Motti

© Copyright Arturo Motti. Riproduzione vietata. All Rights Reserved.
Prima pubblicazione su Oggi, Rizzoli editore, nel 197..?
 
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