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Presidente d'Europa PDF Stampa E-mail
Simone Veil intervistata nella sua casa di Parigi sei mesi dopo il suo insediamento al vertice dell’assemblea di Strasburgo


di Arturo Motti

Parigi, novembre 1979
ImageC’era due volte il Parlamento europeo: la prima nominato dai governi, la seconda eletto dai popoli. Come andò a finire? Nonna Simone sorride: è ancora troppo presto per raccontar le favole al piccolissimo Aurelian, nato venti giorni fa. Il fido Chadoc è accucciato ai suoi piedi. Judith, Sebastian e Isabel, gli altri nipotini, le saltellano intorno. La luce filtra abbondante dalle ampie vetrate che danno sulla Place Vauban: di fronte, Les Invalides, con la tomba di Napoleone.
Sabato pomeriggio «chez» Simone Veil, la presidente del Parlamento europeo, mentre Jean, Nicolas e Pierre – François, i tre figli di «madame», chiacchierano e scherzano fra loro sui divani del vasto soggiorno, e le mogli di Jean e Nicolas cambiano il pannolino a Judith o preparano il biberon per Aurelian. «La mia vita familiare è ormai ridotta al solo week – end», dice senza compiangersi né compiacersi Simone Veil, «ma ormai i miei figli sono grandi, a casa non c’è molto bisogno di me». Entra il cameriere di colore che ha servito il caffé e si accende una sigaretta prendendola dal pacchetto posato su un tavolino. «Anzi: io sono ancora fortunata. Strasburgo è relativamente vicina a Parigi. Per i parlamentari europei che vengono dall’Irlanda o dal Sud dell’Italia, fare i pendolari ogni volta è certo più pesante…».
A vederla così, circondata da figli, nuore e nipoti, mentre approfitta delle poche ore che ha per tenere in braccio con tenerezza l’ultimo nato del clan, si faticherebbe a credere che si tratti della stessa signora che, inforcati gli occhiali, tiene testa a Strasburgo a personaggi come Berlinguer, Brandt, Chirac, Mitterand, Marchais, le vedettes della politica europea. Eppure è lei che a Strasburgo dà e toglie la parola agli eurodeputati. È lei che ha dovuto scontrarsi più di una volta con un Pannella più focoso che mai.
«Ecco la verità sulla famiglia Veil», ride scanzonato suo figlio Jean, avvocato, saltando in braccio al fratello Pierre – François, avvocato pure lui. Poi entrambi si accendono un lungo sigaro, e Jean confida: «Maman all’Eliseo dopo Giscard? Ma no, assolutamente. Lo escludo proprio, non è possibile». Maman non ha sentito, è troppo occupata con Judith che vuole pettinarle i capelli con una spazzola d’argento trovata chissà dove. Sul suo volto c’è la serenità di sempre, solo la decisione che traspare dagli occhi verdi nelle occasioni ufficiali è leggermente attenuata dall’atmosfera familiare.
Simone Veil: un fenomeno della politica. Mai neppure un articolo critico nei suoi confronti, neanche quando cinque anni or sono, come ministro della Sanità, parlando appassionatamente per trenta ore fece approvare la legge che legalizzò l’aborto in Francia. «Quel dibattito fu ripreso in diretta dalla televisione», ricorda, «c’erano polemiche, avevo molti oppositori, ma credo che le francesi vedendo sullo schermo me, unica donna, mentre ribattevo parola per parola le obiezioni sollevate da quella marea di uomini, abbiano reagito con una specie di investitura collettiva nei miei confronti…».
Mai una flessione nell’indice di popolarità: l’ultimo sondaggio d’opinione Ifop la vede sempre in testa alle preferenze dei francesi fra i politici. Chirac piace solo al 44 per cento, Marchais al 38, Mitterand al 45. Con lei invece la percentuale sale al 59. «Questo secondo me dimostra che quella battaglia per l’aborto, pur non essendo condivisa da tutti, costituiva un problema reale per i francesi, molto sentito. Ma forse il segreto sta proprio qui: mi sono sempre occupata di problemi molto vicini alla gente, come la sanità, l’assistenza sociale. E sempre senza essere impegnata con nessun partito, pur facendo parte, quando ero ministro, della maggioranza governativa».

Braccio di ferro

Un ministro tecnico (prima era infatti magistrato), chiamato a far parte del governo. Un ministro donna, che oltre che dell’aborto, si era preoccupata del fumo, portando avanti una campagna contro le sigarette. Una donna competente, efficiente, dinamica. Averne, di ministri così. Poi, al momento delle elezioni per il Parlamento europeo, Giscard ha deciso di farne la bandiera della Francia: sarebbe stata lei il candidato di maggior spicco e di sicura riuscita, sarebbe stata lei il presidente del nuovo Parlamento, a qualunque costo. «Noi comunisti italiani l’ammiriamo anche per il suo passato di resistente», mi ha detto Giorgio Amendola a Strasburgo proprio il giorno in cui usciva in Italia il suo articolo su Rinascita che avrebbe sollevato tante polemiche in seno al Pci, «ci dispiace solo di non aver potuto votare per lei quando si è trattato di eleggerla, per il modo in cui è stata quasi imposta la sua candidatura». Ma anche qui, una critica velata per Giscard, non per Simone Veil. Come si voleva dimostrare. Gli unici che nei suoi confronti hanno invece il dente un po’ avvelenato sono i radicali italiani, che con lei si sono impegnati in un lungo braccio di ferro, presentando migliaia di mozioni a Strasburgo. «Non posso dire di conoscerla bene, non ho studiato a fondo i suoi precedenti», mi dice infatti l’eurodeputato dimissionario Leonardo Sciascia. «Presiedeva male, però. Respingeva sempre le mozioni di noi radicali. E aveva torto…».
Nel suo passato, la tragedia: la sua famiglia è stata sterminata nei campi di concentramento nazisti. Il padre, Andrè Jacob, la madre e il fratello Jean uccisi. Lei stessa rinchiusa ad Auschwitz per nove mesi e per altri quattro a Bergen – Belsen, dove fu liberata dagli americani. La sorella Milou sopravvissuta alle sevizie delle SS solo per perdere la vita pochi giorni dopo col suo bambino in un incidente d’auto. Ricordi impossibili da cancellare, ma che ha saputo coraggiosamente accantonare in nome di un’Europa migliore per i suoi figli e i suoi nipoti. Anche se il segno di quel che è stato lo porta impresso sulla carne viva: 78.651, il numero di matricola del lager, marchiato a fuoco.
«Ero ancora ragazzina, fra le due guerre, quando pensavo che se dopo il primo conflitto mondiale ci fosse stato un trattato, un accordo tra Francia e Germania, capace di coinvolgere anche gli altri paesi europei, forse il secondo, che è stato una catastrofe per l’Europa e per il mondo intero, si sarebbe potuto evitare».
È per questo, le chiedo, che crede nella Comunità europea?
«Certo, anche per questo. Sarà un motivo affettivo, però mi sembra ormai dimostrato che con la volontà di creare l’Europa abbiamo eliminato almeno fra noi tutte quelle tensioni e quei conflitti che nel resto del mondo continuano a scatenarsi . E che si scatenavano anche qui: basta guardare agli ultimi duemila anni di storia europea. Naturalmente, c’è pure una componente razionale: se si guarda a quelle che sono oggi le grandi forze internazionali, Stati Uniti e Unione Sovietica, non si può ignorare che i paese europei, presi singolarmente, sono poca cosa».

Fra i due blocchi

I nove paesi oggi riuniti nella Comunità parlano però lingue differenti, sono stati come lei stessa ricordava ostili fra loro per millenni. E ancora oggi faticano a trovarsi d’accordo.
«Senza dubbio i nostri nove paesi hanno avuto dei conflitti, ma hanno anche un passato comune fatto di cultura, riavvicinamenti, tradizioni, valori ai quali tutti sembrano attaccati. Se ci mettiamo insieme per difenderli, diventeremo più forti e solidali fra noi, e più facilmente potremo conservarli di fronte ai due grandi blocchi».
C’erano molte speranze, al momento delle elezioni europee. Erano mal riposte? La realtà è differente?
«Quando si approda in un mondo così particolare come quello del Parlamento europeo, tutto è forzatamente un po’ diverso da ciò che ci aspetta. La realtà di un mondo così complesso la si può misurare solo quando ci si è veramente integrati. È un Parlamento in cui sono rappresentati nove paesi, con poteri diversi rispetto a quelli dei Parlamenti nazionali…».
È delusa?
«No. Nessuna delusione. Anzi, è un mondo dotato di un’incredibile vitalità, fatto di persone che sono tutte estremamente dinamiche e estremamente motivate a lavorare insieme per l’Europa. Penso d’altra parte di avere ancora molto da scoprire; fra qualche tempo potrei avere una visione di questo Parlamento diversa da quella che ho oggi».
Nessuna aspettativa frustrata, allora? Non dico in lei personalmente, ma in generale, nell’aria che si respira a Strasburgo?
«Sono convinta che il fatto stesso di essere un parlamentare comporti inevitabilmente un certo grado di frustrazione. Si verifica in qualsiasi Parlamento, e non in particolare in questo europeo, che oltretutto ha solo poteri consultivi, a parte quello di approvare il bilancio della Comunità. L’azione è riservata all’esecutivo, al governo. E poi, pensi ai Parlamenti nazionali: sempre più spesso i deputati si trovano di fronte a progetti di legge elaborati dai governi. È l’iniziativa che sfugge loro di mano. Una certa frustrazione è inevitabile. Ed è doppia, perché ben raramente a un parlamentare capita la soddisfazione di veder approvata una legge proprio nei termini esatti in cui l’avrebbe voluta lui.
«Al Parlamento europeo è diversa la situazione di fondo: l’eurodeputato non ha la possibilità d’imporre, con il suo voto, le sue decisioni al Consiglio dei ministri. Può presentare risoluzioni che valgono come indicazioni, inviti, incitamenti. La commissione e il Consiglio dei ministri possono tenere conto, o no. Però proprio nei giorni scorsi abbiamo avuto la sessione straordinaria per l’approvazione del bilancio: è stata l’occasione in cui meglio si è visto che questo Parlamento ha una sua precisa volontà».

«C’era ignoranza»

Crede che non ci sia motivo di delusione, al livello di opinione pubblica?
«È incredibile quanto poco si sapesse, prima delle elezioni, e quanto poco si sa tuttora, delle istituzioni europee. Può darsi che coloro che, non sapendo, si aspettavano chissà quali cambiamenti, chissà quali decisioni, siano rimasti delusi. Ma questa delusione, se c’è stata, dipende dall’ignoranza dei trattati di Roma, che definiscono i ruoli e limiti delle competenze delle istituzioni europee».
Proprio su questi ruoli e limiti ci fu un gran discutere al momento delle elezioni. C’era chi voleva un allargamento dei poteri al Parlamento europeo, e chi vi si opponeva.
«Penso che ci sia tanto da fare anche adesso per i parlamentari europei. Siamo ancora in fase di avviamento, perché è vero che un Parlamento europeo esisteva anche prima, ma era profondamente diverso nella sostanza. In realtà siamo ancora alla ricerca di un metodo di lavoro efficace e ordinato. Il primo compito del Parlamento è adesso quello di affermare la propria autorevolezza e credibilità, nella prospettiva dei poteri che gli sono stati affidati dai trattati.
«Per il resto, se davvero questo Parlamento dimostra di poter apportare un contributo utile ed efficace di proposte ai governi, ebbene, i governi hanno la possibilità di trarne vantaggio, sia apportando eventuali modifiche ai trattati, sia sviluppando la “concertazione” delle politiche meglio di quanto non succeda già. Che sia auspicabile questa più ampia concertazione fra Consiglio dei ministri e Parlamento europeo, è certo. Ma al di là delle speranze che ciò succeda, c’è già per noi la necessità di provare quel che possiamo fare. E questo già si può fare nel quadro dei poteri attuali».

«Cosa vuole Giscard»

Giscard d’Estaing, all’epoca delle elezioni, aveva promesso ai francesi che i poteri del Parlamento europeo non sarebbero stati allargati. La sua mi sembra una posizione più sfumata e diplomatica, ma nella sostanza piuttosto simile.
«Mah, è possibile, ma non posso pretendere di conoscere le idee del Presidente Giscard per l’avvenire. Io penso che il Parlamento abbia già molte possibilità anche nel quadro attuale».
Lei personalmente però, mi scusi, ma ho assistito a una sessione, a Strasburgo fa un lavoro un po’ da burocrate.
«Si dedica troppo tempo alla procedura invece di occuparsi delle questioni di fondo, questo è vero. Ma in tutti i Parlamenti del mondo i presidenti devono pensare alla regolamentazione e organizzazione delle sedute. Da noi il problema è più sentito, perché si tratta di un Parlamento nuovo. Da qualche settimana ho un collegio di questori, che mi assistono soprattutto nel cercare soluzioni ai problemi pratici posti dai parlamentari. Ma anche nei Parlamenti nazionali ci sono i questori, e non per questo i compiti del presidente diventano più facili. Alla fine, comunque, riusciremo a occuparci anche della politica».
Lei ha dovuto anche misurarsi con l’ostruzionismo orchestrato dai radicali, si è scontrata più volte con Pannella. Qual è il problema, secondo lei?
«Il problema vero è quello di fare in modo che il Parlamento possa arrivare a prendere delle decisioni. Le minoranze, certo, hanno pieno diritto di parola, e i singoli parlamentari che ne fanno parte, parlando individualmente, possono esprimersi ben più a lungo del portavoce di un gruppo più grosso. Pannella protesta perché noi abbiamo deciso di fissare un tempo limite per gli interventi. Ma senza questo limite i dibattiti potrebbero proseguire senza fine, impedendo al Parlamento di trarre le conclusioni in modo concreto. Se democrazia vuol dire che bisogna tener conto delle minoranze, questo non vuol dire che le minoranze debbono prevaricare. Le minoranze sono fortemente salvaguardate, ma il Parlamento non può accettare l’ostruzionismo delle minoranze».

«Sarebbe uno scandalo»

Le forze politiche sono state organizzate per gruppi internazionali. I socialisti italiani per esempio fanno gruppo con i socialisti francesi, i socialdemocratici tedeschi, eccetera. Però mi è parso di vedere che molto spesso i parlamentari votano per nazionalità più facilmente che per partito. Non c’è pericolo che, più che l’Europa, ne emerga un nuovo nazionalismo?
«Credo che non ci si debba assolutamente stupire se, quando i parlamentari sono chiamati a dibattere questioni importanti, prendono in considerazione i problemi nazionali; esattamente come nei Parlamenti nazionali i deputati tengono conto della realtà delle loro circoscrizioni di provenienza. Ovunque, per esempio, i parlamentari delle zone rurali prendono posizioni diverse da quelle dei colleghi della capitale. E capita che si discuta di problemi apparentemente del tutto nazionali: a settembre sono stati proposti indennizzi per le vittime del ciclone che si è abbattuto sulle Antille francesi, e per quelle dell’ultimo terremoto che si è avuto in Italia. Non è stato certo un italiano a parlare delle vittime francesi, né un francese a perorare per le vittime italiane. Ma alla fine del discorso è emersa molta solidarietà».
Capita però anche di vedere le sinistre votare con le destre…
«Succede anche nei Parlamenti nazionali. E d’altra parte sarebbe uno choc se i francesi, quando sono al Parlamento europeo, non difendessero più gli interessi francesi, o gli italiani quelli italiani. Credo che discutere insieme, prendendo posizioni nazionali che alla fine riflettono le popolazioni che si rappresentano, sia l’unico modo per far scaturire una politica che sia veramente una politica comunitaria».

Un po’ di rodaggio

Un’ Europa integrata, capace d’una politica comune. È il vecchio sogno, ancora lontano dall’essere realizzato. Ma il Parlamento europeo, il suo Parlamento, è un grosso passo avanti in questa direzione, Simone Veil ne è sicura. «Fa degli errori nel presiedere le sedute», mi dice il leader socialista Craxi, a Strasburgo. Può darsi: bisogna che un po’ di rodaggio lo faccia anche lei. Dopotutto è la prima volta che viene eletta a un Parlamento. Non era mai stata deputato, prima. E appena eletta europarlamentare, ecco che la vogliono subito presidente. Capita, se si è dotati e se… la spinta è buona. Ma nel caso di Simone Veil nessuno dubita che la spinta di Giscard d’Estaing fosse meritata. E questo è quel che conta.
Chadoc si agita, improvvisamente ringhia. Il fotografo Bonora, indaffarato con le sue macchine, inavvertitamente lo ha scambiato per un tappeto. Jean e Nicolas, con mogli e bambini, trafficano con pacchi e pacchetti accingendosi a tornare alle loro case. Anche madame Veil ha un impegno. Il pomeriggio «in famiglia», turbato (ma non troppo, a giudicare dalla disinvoltura di tutti) da estranei muniti di arnesi per registrare e fotografare, è finito. E la settimana prossima «Simone d’Europa» verrà in Italia, in visita ufficiale.

Arturo Motti

© Copyright Arturo Motti. Riproduzione vietata. All Rights Reserved.
Prima pubblicazione su Oggi, Rizzoli editore, nel novembre 1979, sei mesi dopo le prime elezioni del Parlamento europeo.
 
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Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. 

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