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Così papà vinse la Grande Crisi PDF Stampa E-mail
Image James Roosevelt ricorda l’epoca del New Deal, la politica grazie alla quale suo padre, 32° presidente degli Stati Uniti, riuscì a far risorgere l’America dalla grande crisi del 1929. «Mio padre», dice, «era come un medico generico, capace di capire quando occorre chiamare lo specialista». «Dopo l’attacco di poliomielite, temeva solo di non salvarsi in caso d’incendio». «Come suo segretario particolare potevo stargli vicino quand’era presidente». «Il cacciatorpediniere che gli riportò la cagnetta, dimenticata su un’isola del Pacifico, l’aiutò ad essere rieletto»

New York, aprile

È alto, robusto, imponente. Ma gioviale, sorridente, simpatico. Il suo cognome non sembra far molto effetto sull’inserviente del Metropolitan Club, il più esclusivo di New York, che accorre a vietare l’uso della macchina fotografica: niente foto all’interno del Metropolitan, e niente eccezioni, nemmeno per il figlio di Franklin Delano Roosevelt, l’unico uomo della storia che sia stato eletto quattro volte di fila presidente degli Stati Uniti. Non che James Roosevelt voglia approfittare del suo cognome, anche se i detrattori di suo padre e della famiglia dicono che l’ha fatto, talvolta, in passato, e non per una semplice fotografia. Volevo approfittarne io, e invece devo accontentarmi di un’immagine scattata per strada.
Franklin Delano Roosevelt: era cordiale e squisitamente gentile come il figlio James, che mi invita a casa sua in California («venga quando crede», dice, «davvero: si senta libero di telefonarmi quando vuole, mi farà piacere rivederla…»)? Probabilmente sì: fu proprio sulla capacità di conquistarsi la fiducia dei suoi concittadini che FDR, come lo chiamavano dalle sue iniziali, costruì la sua carriera politica prima e il suo mito poi.

Il panico del ‘29

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FDR al centro, con Churchill. Lo sorregge il figlio James

E di fiducia ce ne voleva: quando gli americani gli affidarono il paese, nel 1933, non si sapeva più cosa fare per risollevare gli Stati Uniti dalla grande depressione economica scoppiata nel 1929. C’erano tredici milioni di disoccupati, le industrie lavoravano ad appena il 15 per cento della loro capacità produttiva, le difficoltà erano enormi. Roosevelt, democratico, fu eletto presidente dopo che per dodici anni erano stati al potere i repubblicani: la grande crisi in fondo lo aveva aiutato, screditando l’amministrazione del partito avversario, ma adesso era lui a doverla fronteggiare. E la fronteggiò varando il cosiddetto «New Deal», il nuovo comportamento, che tanto spesso viene citato ora che siamo di nuovo in crisi.
«Papà non era uno specialista di questioni economiche », mi dice James Roosevelt, « però sapeva servirsi degli specialisti, anche se talvolta li deludeva non seguendo alla lettera i loro suggerimenti. Era un po’ come un medico generico, che sa capire quando occorre uno specialista, e per il bene del suo paziente chiama il migliore disponibile. Però resta lui il responsabile del malato. Ecco, era così che mio padre lavorava, e credo che il suo successo in questioni interne, internazionali e militari, sia dovuto a questo modo di comportarsi».
Ma cos’era il «New Deal»? Molti, nell’immediato dopoguerra, dissero che si trattava soltanto di provvedimenti presi a casaccio.
Di un’immensa distribuzione di posti di lavoro spesso addirittura inventati, pur di spendere a tutti costi denaro pubblico. Qualcuno insinuò che solo lo scoppio della seconda guerra mondiale avrebbe salvato Roosevelt dal dover scontare la caotica incoerenza delle sue iniziative, e che addirittura le sue rielezioni alla presidenza degli Stati Uniti si dovevano solo ai criteri clientelari che avrebbe usato nella sua colossale corsa verso il debito pubblico. In realtà, almeno secondo le analisi più recenti, il «New Deal» fu un imponente tentativo di riforme sociali che incisero profondamente nel tessuto economico americano. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti si abbandonava la politica di parità del bilancio, ricorrendo al disavanzo sia per alleviare le disastrose condizioni della cittadinanza, sia per stimolare e tornare a espandere l’economia della nazione.
«Avevo ventisei anni quando mio padre divenne presidente degli Stati Uniti per la prima volta», ricorda James Roosevelt, «e gli ero molto vicino anche perché, poco dopo la sua elezione, mi volle con sé alla Casa Bianca, come suo segretario. Non credo che la crisi di oggi sia paragonabile a quella del ’29, almeno per gli americani. Tanto per cominciare oggi esiste un sistema di sicurezza sociale per cui chi resta disoccupato non è abbandonato a se stesso completamente. E questo già basta a non provocare l’autentico panico che ci fu in quegli anni. Poi la crisi di oggi, più ancora che economica, è una crisi di energia, e gli americani sanno che esistono anche altre fonti di energia, oltre al petrolio…».

Stalin lo deluse

Poi ci fu la guerra. Gli Stati Uniti non volevano entrarci: pareva che il conflitto non li riguardasse. Ma senza il loro intervento la vittoria finale della Germania nazista sembrava inevitabile: Hitler si sarebbe impadronito dell’intera Europa e di parte dell’Africa e dell’Asia. Le speranze delle democrazie occidentali erano tutte puntate sull’America. Roosevelt promise a Churchill di intervenire: occorreva solo un piccolo pretesto per forzare la mano all’opinione pubblica americana. E il piccolo pretesto lo offrirono i giapponesi quando attaccarono le navi americane a Pearl Harbour. Chiedo a James Roosevelt come giudica il Franklin Delano Roosevelt di allora.
« Se considero quanto diverse erano tra loro le personalità dei tre grandi di allora, cioè di Churchill, di Stalin, e di mio padre, « risponde, « credo che il genio di papà sia consistito nel riuscire a far lavorare tutti e tre insieme, superando le differenze, gli inevitabili momenti di irritazione, le profonde divergenze d’opinione. Credo che il merito della cooperazione sia stato soprattutto suo, e solo dalla cooperazione poteva nascere quella strategia comune che portò poi alla vittoria.
«Nei confronti di Stalin, ecco: credo che mio padre, probabilmente verso gli ultimissimi giorni della sua vita, si sia reso conto di non averlo giudicato con l’accuratezza che sarebbe stata consigliabile, e da qualche parola che disse, da qualche discorso che fece, deduco che aveva perso ogni fiducia nella credibilità di Stalin. Però non credo che si sarebbe comportato diversamente da come fece, durante la guerra, se questo giudizio negativo sul conto del dittatore sovietico avesse potuto formularlo prima. In realtà la grande speranza di mio padre era costituita dalle Nazioni Unite: una speranza che non fece a tempo a veder realizzata, perché morì l’anno prima della loro costituzione. È una speranza anche che avrebbe provocato in lui la delusione, se avesse visto come le cose sono andate poi. Ma sono sicuro che se mio padre fosse vissuto più a lungo, proprio perché alle Nazioni Unite teneva in modo particolare, certe soluzioni sarebbe riuscito lui a trovarle. Certamente alle Nazioni Unite avrebbe voluto giocare un ruolo attivo. Sono sicuro che avrebbe trovato le soluzioni perché basta guardare la storia: tutte le volte che si trovava di fronte un problema apparentemente insormontabile, una soluzione, in qualche modo, riusciva a farla saltar fuori».

Il menage a tre

Ma com’era l’uomo Franklin Delano Roosevelt? Dicono per esempio che amasse gli animali fino al punto di mandare un cacciatorpediniere a raccogliere la sua cagnetta, Fala, che aveva accidentalmente dimenticato su un’isoletta del Pacifico. James Roosevelt ride di gusto ricordando l’episodio. «Quell’incidente, io credo, lo aiutò a essere rieletto. C’era la campagna elettorale in corso, e il clima era rovente. Gli avversari politici di mio padre lo accusarono di aver mandato appositamente il caccia a prendere Fala, sprecando così il denaro del contribuente per il suo cane. Ma non era vero: quella nave passava da lì e doveva comunque venire negli Stati Uniti. Tanto valeva che prendesse a bordo la cagnetta. Tutto qui. Mio padre spiegò la cosa in un famoso discorso: disse che gli andava bene che i suoi avversari attaccassero sua moglie, che gli andava bene che attaccassero i suoi figli, ma che non avrebbe permesso che se la prendessero col suo cane».
Poi c’è il libro scritto da uno dei fratelli di James, Elliot Roosevelt, che ha svelato alcuni risvolti privati della vita di FDR: gli amori del presidente. Amori non certo clamorosi o numerosi come quelli attribuiti a John Fitzgerald Kennedy, ma pur sempre extraconiugali. Anzi, addirittura una specie di «ménage à trois», quasi con il tacito consenso della moglie Eleanor: la segretaria della moglie, Lucy Mercer, prima; la sua segretaria privata Margareth Le Hand, poi. Il libro naturalmente andò a ruba, ma costò a Elliot un bel litigio con gli altri componenti la famiglia. «Discutemmo a lungo», dice James Roosevelt, «io, mia sorella Anna, e i miei fratelli John e Franklin jr. Non eravamo affatto d’accordo con le conclusioni che Elliot aveva tratto in quel libro, e volevamo che si sapesse. Così diffondemmo un breve comunicato con il quale dissociavamo le nostre opinioni da quelle espresse nel libro. Naturalmente riconoscevamo a Elliot il diritto di scrivere tutto quel che gli pareva: ognuno ha diritto alle sue opinioni. Noi però non volevamo avere nulla a che fare con quel libro. La cosa comunque non ha mandato a monte i rapporti familiari fra noi: continuiamo a vedere Elliot, non sono nate inimicizie. Io però, francamente, preferisco ricordare mio padre in un altro modo: prima che lo colpisse la poliomielite, per esempio, e prima ancora che cominciasse per lui la vita pubblica, quando ci insegnava ad andare in barca a vela, o a cavalcare.
Quando si correva insieme fra i boschi: ci spiegava tutte le cose che, immagino, ogni padre insegna ai suoi figli… Poi, quando divenne governatore dello Stato di New York, e poi presidente degli Stati Uniti, dovemmo rassegnarci ad averlo un po’ meno per noi. Io fui fortunato: essendo uno dei suoi tre principali segretari, potei stargli vicino anche mentre lavorava. Così, per esempio, so qual’era l’unica cosa che, in tutta la sua vita, mio padre ha temuto: il fuoco. Non aveva paura di niente, mio padre. Ma dopo la polio temeva che, se fosse scoppiato un incendio nell’edificio in cui si trovava, non sarebbe stato capace di venirne fuori.
«Quando morì molti si aspettavano che ameno uno dei figli, e probabilmente io, visto che gli ero stato vicino, raccogliesse la sua eredità e si dedicasse alla politica. Ma la grandezza non si eredita, e così temo di essere stato fonte di disappunto per chi pensava che avrei potuto farcela. Comunque, questa è una democrazia, non una monarchia, e non ci si può aspettare che uno metta necessariamente i piedi nelle orme lasciate da un altro: ognuno deve fare la sua vita…».
Lei però tentò la carriera politica, non è vero?, chiedo.
«Si, sono stato membro del Congresso per undici anni, e ambasciatore presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite. Ho presentato la mia candidatura anche come governatore della California una volta, ma senza successo, contro Earl Warren, che poi sarebbe diventato il giudice capo della Corte Suprema degli Stati Uniti. Ma in effetti non avrei dovuto candidarmi: vivevo da troppo poco in California per essere un buon candidato. Comunque non mi lamento affatto: grazie a mio padre ho avuto una vita interessantissima. Ho viaggiato con lui, ho visitato paesi nuovi, ho incontrato personaggi che non avrei mai potuto incontrare altrimenti».
James Roosevelt non accenna nemmeno allo spiacevole incidente di cui fu vittima a Ginevra, nel 1969, quando la terza moglie, Irene, poi ricoverate in una clinica psichiatrica, lo pugnalò alla schiena dopo una discussione familiare. Una ferita relativamente non grave, dalla quale si riprese dopo un paio di settimane d’ospedale. Ma per lui c’era un altro pericolo in agguato: lo scandalo I.O.S. James Roosevelt si trovava infatti in quel periodo in Svizzera perché stava lavorando al fondo di investimento I.O.S. con Bernard Cornfeld. L’anno dopo ci fu il pauroso crack che costò un sacco di denaro agli incauti investitori. «Era un fondo comune di grande successo», ricorda ora James Roosevelt. «Purtroppo quel che accadde non avrebbe mai dovuto succedere. Cornfeld alla luce dei fatti, non era certamente il tipo al quale affidare denaro degli altri… Ora comunque non lavoro più in quel settore: ho una piccola società di consulenza che, come clienti, ha quattro o cinque grosse compagnie, e insegno scienze politiche all’università di California».
Mister Roosevelt, chiedo, lei ha visto suo padre per quattro volte presidente degli Stati Uniti, e poi, dopo di lui, altri sei presidenti: crede che Ford sarà rieletto?
«Naturalmente abbiamo una situazione davvero inconsueta: un presidente e un vicepresidente che non sono stati eletti dal popolo, ed è troppo presto per valutare come l’amministrazione Ford potrà essere giudicata. Credo però che Ford sia riuscito a ristabilire una certa fiducia nell’integrità della presidenza. Se avrà successo dal punto di vista economico e politico, potrà dirlo solo il tempo. Verrà rieletto? Direi che ogni presidente ha buone possibilità. È una tradizione americana quella di dare a un uomo, specialmente a un uomo non eletto, come in questo caso, una chance di provare quello che può fare».

Arturo Motti

© Copyright Arturo Motti. Riproduzione vietata. All Rights Reserved.
Prima pubblicazione su Oggi, Rizzoli editore, nel 197..?
 
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