Home arrow Storie arrow Articolo arrow 80 anni di matrimonio tra Stato e Chiesa

Sei socio del Club? Entra...



Pass dimenticata? Nuovo socio? Registrati
80 anni di matrimonio tra Stato e Chiesa PDF Stampa E-mail
Stipulato l’11 febbraio 1929 fra Mussolini e Pio XI, il Concordato fu più utile al fascismo o alla Chiesa? Ecco la storia tormentata del trattato - Fra litigi e incoraggiamenti, promesse e minacce, i Patti Lateranensi navigarono attraverso la guerra d’Abissinia, le persecuzioni degli ebrei e la seconda guerra mondiale - Inserito nella Costituzione repubblicana grazie anche al voto di Togliatti, il Concordato ha significato una seconda luna di miele, non priva però di polemiche, nei rapporti fra Stato e Chiesa


Il fidanzamento fu lungo e il corteggiamento non privo di contese. Come in ogni matrimonio d’interesse, c’erano troppe questioni da definire prima di raggiungere l’accordo. E per definirle, ogni mezzo fu lecito: lusinghe e minacce, blandimenti e violenze. Qualcuno, come don Minzoni, pagò con la vita, ma nessuno dei due fidanzati ci badò più che tanto: l’importante era quel matrimonio che s’aveva da fare. E che si fece l’11 febbraio 1929, ottant’anni fa.

Image
Mussolini non era mai stato un cattolico convinto. Anzi aveva un passato di anticlericale fra i più tracotanti. «Se Dio esiste», disse una volta, «gli do cinque minuti di tempo per fulminare questo suo nemico che vi parla». Ed estratto l’orologio attese per cinque minuti con le braccia conserte. Eppoi: «Vedete? Io sono ancora vivo, dunque Dio non esiste». Poi, nel settembre del 1909 a Forlì, con una piccola folla demolì una colonna votiva innalzata in onore della Madonna del Fuoco e fu scomunicato, assieme agli altri eroi di quella prodezza, dal vescovo Monsignor Jaffei. E infine, per dirne solo alcune, il 20 settembre 1916 scrisse sul Popolo d’Italia: «Noi prendiamo a calci, ridendo, il Rabbi vile dalle chiome rosse e i suoi rabbini più vili dalle sottane nere». Queste «orrende bestemmie contro la Divina persona di N.S. Gesù Cristo» meritarono a lui e al suo giornale una condanna «in forma speciale» da parte del cardinale arcivescovo di Milano.

I primi favori

Quanto a Pio XI, papa Ratti, eletto il 6 febbraio 1922, la sua preoccupazione maggiore era il bolscevismo, anche il “bolscevismo bianco” del partito popolare fondato da don Luigi Sturzo, che si ostinava ad avversare i fascisti e a preferire loro i socialisti e i liberali. Troppo autonomo, democratico e progressista, il Partito popolare era decisamente inviso a papa Ratti come lo era stato al suo predecessore, che gli aveva negato il diritto di definirsi «cattolico». Di quest’antipatia, di quest’insofferenza di Pio XI nei confronti di don Sturzo, Mussolini seppe abilmente approfittare, alimentandola con punzecchiature-ricatto di questo tipo: «Ci sono insomma due papi in Italia. Il primo, don Sturzo, ha cura della carne, il secondo, Pio XI, ha cura delle anime. Non sarebbe per caso don Sturzo l’antipapa e uno strumento di Satana? Da mille sintomi appare ormai evidente che grosse tempeste sorgeranno all’orizzonte della Chiesa se il Partito popolare continuerà a incanaglirsi nella sua politica materialistica, tirannica e anticristiana».

Fu così che, dato un colpo di spugna al passato anticlericale del nuovo capo del governo italiano, dal Vaticano venne anche un aiuto decisivo a imbavagliare il Partito popolare. In cambio la Chiesa ottenne i primi favori: l’abrogazione della nominatività dei titoli azionari (voluta da Giolitti e che secondo Benedetto Croce aveva fatto letteralmente inferocire il Vaticano), il salvataggio del Banco di Roma, miglioramenti economici per il clero, restituzione di edifici ecclesiastici incamerati dallo Stato, imposizione dell’insegnamento religioso nelle scuole, soppressione della massoneria ed esenzione dei preti dal servizio militare.


L’incontro segreto

Il fidanzamento prometteva bene, e venne confermato il 20 gennaio 1923 con l’incontro segreto fra Mussolini e il cardinale Gasparri, in casa del conte Carlo Santucci. Il palazzo aveva due ingressi; Mussolini entrò dal n. 62 di via del Gesù e il segretario di Stato vaticano dal numero 6 di piazza della Pigna. Di quest’incontro a quattr’occhi, durato a lungo, si seppe solo sei anni dopo, una volta firmati i Patti del Laterano. C’era stata la strage di Torino, e tre giorni dopo, dal 23 al 27 gennaio 1923, i fascisti avrebbero seminato il terreno a La Spezia uccidendo atre sei persone, ma ciò non impedì che tra Gasparri e Mussolini si stabilisse l’intesa. Né il fidanzamento fu ostacolato dalla devastazione della casa dell’onorevole Nitti, dall’aggressione subita dall’onorevole Piccinini e da tutti gli altri incendi, saccheggi e delitti fascisti fino alla morte dell’onorevole Matteotti.

Don Sturzo anzi venne invitato a «non creare imbarazzo e non imporre responsabilità all’autorità ecclesiastica», e convinto a dimettersi dalla segreteria del Partito popolare e poi ad abbandonare la politica attiva, finché nel 1926 non fu costretto ad abbandonare anche l’Italia. Quanto al Partito popolare, quando il suo gruppo alla camera dei deputati venne violentemente espulso, la rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica, sempre molto vicina al papa, se ne rallegrò.


Mussolini mangiapreti

Intanto, per la quarta volta Mussolini scampava “provvidenzialmente” a un attentato alla sua vita («un criminoso attentato del quale anche il solo pensiero ancora ci contrista», disse Pio XI, che nemmeno con una parola aveva mai manifestato analoghi contristamenti in occasione dei criminosi attenti fascisti), e in tutte le chiese d’Italia vennero celebrati Te Deum di ringraziamento. Qualche attrito ci fu, soprattutto a proposito del ruolo che avrebbe dovuto avere l’Azione cattolica, ma non tale da impedire che il fidanzamento sfociasse in un matrimonio in pompa magna: litigi tra fidanzati e poi tra coniugi, che si ripeterono fino alla morte di Pio XI, nel 1939, ma che non lasciarono tracce gravi. Certo l’unione non era proprio perfetta se Mussolini, una decina d’anni dopo la firma del Concordato, riprese a esprimersi almeno in privato da perfetto mangiapreti. Disse infatti a Ciano nel 1938: «Se il papa continua a parlare, io gratto la crosta agli italiani e in men che non si dica li faccio tornare anticlericali».


Miracoli autarchici

In un’altra occasione affermò che in numerosi paesi del Meridione d’Italia le popolazioni quasi impongono al parroco di avere una concubina, «perché solo così lascia tranquille le loro mogli». E una volta ricordò con parole di derisione quel che accadde quando per motivi di valuta fu necessario ridurre i viaggi in massa all’estero: «Decisi che anche in materia di miracoli bisognava adottare l’autarchia, e lo feci sapere in Vaticano. Lanciarono allora la Madonna di Loreto in concorrenza a quella di Lourdes, e bisogna riconoscere che hanno realizzato un ottimo affare».

Image
Dunque l’undici febbraio 1929: ottant’anni fa. Benito Mussolini come capo del governo italiano e il cardinale Pietro Gasparri nella sua qualità di segretario di Stato vaticano, firmarono il Trattato e il Concordato. Solo pochissimi erano stati informati delle lunghe trattative e i giornali, allora ormai asserviti ampiamente al fascismo, ne diedero la notizia a cose fatte, pubblicando quasi integralmente il testo degli accordi. Fu una sorpresa anche per gli osservatori diplomatici a Roma e in Vaticano. In Parlamento l’unica voce che si alzò a parlare contro i Patti fu quella di Benedetto Croce, mandando in bestia Mussolini: disse che non combatteva l’idea in se stessa della conciliazione fra Stato e Chiesa, ma che si opponeva e gli ripugnava quella particolare conciliazione, effettuata non con un’Italia libera, ma con un’Italia serva, e per mezzo dell’uomo che l’aveva asservita il quale compiva quell’atto fuori da ogni spirito di religione e di pace, ma solo per trarne nuovo prestigio e rafforzare la sua tirannia.


A carissimo prezzo

«Il prezzo che i contribuenti italiani pagarono per la “pace religiosa”», scrive Ernesto Rossi in Il manganello e l’aspersorio, «fu di un miliardo in titoli del consolidato e 750 milioni in contanti: un centinaio circa di miliardi di lire attuali [ma il libro è del 1958, quindi il centinaio di miliardi andrebbe ulteriormente moltiplicato, N.d.R.], oltre a tutti i beni immobili, di ingentissimo valore, passati in proprietà alla Santa Sede in conseguenza del Trattato». Di questa somma enorme il Vaticano aveva assoluto bisogno. Le condizioni finanziarie della Santa Sede erano infatti talmente disastrose che Pio XI era stato costretto nel 1923 e nel 1926 a contrarre due prestiti negli Stati Uniti. Ma sembra che durante le trattative precedenti alla firma del concordato, un alto prelato che si occupava delle finanze del Vaticano abbia detto a un suo confratello: «Questa volta bisogna che l’Italia paghi care le indulgenze». E ci fu anche chi, come Gaetano Salvemini, per questo commercio di “spiritualità”, arrivò ad accusare velatamente Pio XI di simonia.

Cosa ottenne la chiesa da questo matrimonio d’interesse? Oltre alla “dote” in titoli e denaro, la sovranità sul minuscolo territorio della Città del Vaticano, l’affermazione che «la religione cattolica è la sola religione dello Stato», l’esenzione da qualsiasi tassa per la Santa Sede e per tutti i suoi dipendenti centrali e periferici, l’esenzione da qualsiasi dazio per le merci destinate al Vaticano e alle altre istituzioni religiose situate anche fuori Roma, e inoltre l’articolo 34 e l’articolo 36: le più gravi abdicazioni dello Stato di fronte alla Chiesa. Il primo infatti riconosce gli effetti civili al «sacramento del matrimonio, disciplinato dal diritto canonico» e attribuisce a tribunali ecclesiastici le cause di nullità; il secondo afferma che «L’Italia considera fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica l’insegnamento della dottrina cristiana, secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica». Più altre piccolezze, come l’interdizione dai pubblici uffici dei preti spretati e il trattamento di riguardo per gli ecclesiastici in caso di arresto.


Duce benedetto

Cosa ottenne Mussolini? «Molto di più di quel che la Chiesa riuscì a ottenere dal governo fascista», afferma Arturo Carlo Jemolo, fervente cattolico e democratico sincero, «un senso di legittimità, l’investitura dall’alto, quale nessun governo aveva per l’innalzi avuto: non solo in quanto governo, ma in quanto regime». Con una immagine indubbiamente efficace, Salvemini disse di più: Pio XI aveva dato in affitto a Mussolini la macchina pubblicitaria della Chiesa in tutto il mondo. Vescovi e cardinali, parroci e preti di campagna, fecero a gara dopo il 1929 a invocare le benedizioni di Dio sul capo de duce, mentre dal pulpito ricordavano ai fedeli i doveri dell’obbedienza al capo del governo e dell’osservanza alle leggi dello Stato fascista. Era stato lo stesso Pio XI del resto, appena due giorni dopo la firma del Concordato, a dare il buon esempio, nel discorso all’Università Cattolica: «E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare, un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale…». I frutti si videro subito. Al plebiscito del 24 marzo del ’29, grazie all’impressionante impegno propagandistico dei vescovi e dall’Azione cattolica, oltre che alle intimidazioni fasciste, su un totale di 8.650.470 votanti Mussolini raccolse ben 8.500.676 «sì». Nel 1935 la Chiesa appoggiò l’impresa italiana in Abissinia: la guerra cominciò con lo scampanio di tutte le Chiese d’Italia e con la benedizione dei battaglioni che partivano per l’Africa, con preghiere speciali per i soldati e indulgenze per chi le recitava. E con frequenti discorsi dai pulpiti contro quell’alleanza di massoni, capitalisti e bolscevichi che dalla Società delle Nazioni di Ginevra aveva imposto le «inique sanzioni» nei confronti dell’Italia.


Lettera al Fuhrer

Ci fu anche la questione degli ebrei, fonte di qualche disaccordo, ma Mussolini ebbe buon gioco a dimostrare che ben prima dei fascisti e dei nazisti, e con ben maggiore accanimento, i gesuiti erano i primi a combattere gli ebrei e a indicarli come un «popolo deicida». Pio XI protestò perché si volevano «importare in Italia i metodi nazisti», e perché pretendeva che dalle persecuzioni fossero risparmiati almeno gli ebrei disposti a convertirsi al cattolicesimo. Sembrano accuse gravi, ma esistono documenti per provarle, anche se sono stati poi parecchi gli ebrei a salvarsi rifugiandosi in Vaticano o nelle canoniche. Anzi, proprio durante il litigio sulla pelle degli ebrei, papa Ratti lanciò un avvertimento destinato ad avere presa sul superstiziosissimo Mussolini: «Qui mange du Pape meurt», disse in francese, chi mangia del papa, muore. Ma Mussolini non si spaventò: si era premunito in tempo e come amuleto portava sempre indosso lo zucchetto di Pio X, papa Sarto, che gli era stato donato da una sorella del pontefice defunto.

A morire, comunque, fu Pio XI, nel 1939, e a succedergli venne eletto Eugenio Pacelli, che prima di diventare Pio XII aveva trattato con Hitler il concordato fra Santa Sede e il Terzo Reich. Salito al soglio di Pietro, Pio XII mandò una lettera al Fùhrer della Germania nazista e un radiomessaggio di «immensa gioia» agli spagnoli per la vittoria di Franco, vittoria «con la quale Dio si era degnato di coronare il cristiano eroismo». Poi, quando il maresciallo Pétain il 16 giugno del 1940 firmò la capitolazione della Francia, l’Osservatore Romano lo definì «valoroso» per avere pubblicamente raccomandato il suo popolo alla Vergine di Lourdes e si rivolse a lui «con illimitata fiducia come all’ “Uomo” che più di ogni altro sembra riassumere le migliori qualità della stirpe, quasi pregandolo di dare alla Nazione la fede religiosa, cristiana, cattolica, senza veli, senza compromessi…». Contro le ignominie della guerra, i campi di sterminio, la follia delle dittature dell’Asse, nemmeno una parola. Invece, molti tentativi di barcamenarsi, di tenere lo stivale pronto a cambiare staffa, come il celebre numero dell’Osservatore Romano in cui si affermava in una pagina intera che no, il Vaticano nella guerra non poteva certo dirsi neutrale, e come avrebbe potuto?, senza però mai dire con chi stava, in modo che entrambe le parti contendenti potessero ritenere che la Santa Sede fosse schierata anch’essa contro l’altra parte. Contro il nazismo Pio XII parlò con chiarezza solo il 2 giugno 1945, dopo la resa della Germania. Tempi difficili, presto dimenticati. All’indomani della liberazione di Roma, c’erano anche socialisti e comunisti in piazza San Pietro a ringraziare il papa, e quando alla costituente si discuteva se inserire o no il Concordato nelle costituzione, come volevano i democristiani, fu solo grazie al voto favorevole a sorpresa di Togliatti e dei comunisti che i Patti Lateranensi entrarono a far parte integralmente della carta fondamentale della Repubblica. Ancora una volta, a opporsi, certo non più solo, ma comunque in minoranza, fu Benedetto Croce. Eppure Pio XII qualche suo piccolo intrigo l’aveva tentato ancora: per esempio, per i buoni uffici di Monsignor Montini, il futuro Paolo VI, era riuscito a ritardare il ritorno dall’America di don Sturzo. Il vecchio prete che aveva fondato il Partito popolare era infatti notoriamente repubblicano e in Vaticano si temeva che il suo rientro in Italia prima del Referendum potesse influenzare il voto degli italiani.


I pubblici concubini

Così il concordato poté agevolmente superare la svolta della storia, come un matrimonio che conosca una nuova luna di miele, nuovi corteggiamenti, e nuovi litigi. Togliatti non fu premiato per quel servigio che aveva reso alla Chiesa: su pressioni americane e vaticane venne sbarcato nel 1947 dal governo De Gasperi e nel 1948 per i comunisti ci fu la scomunica. Don Sturzo venne sottoposto a richieste che gli ripugnavano come leader politico sinceramente democratico, ma che dovette accettare come sacerdote e dunque come suddito del papa. De Gasperi venne spinto in direzioni che non avrebbe voluto seguire, e per punire la sua riluttanza Pio XII gli negò perfino un’udienza. Intanto il Concordato navigava tranquillo. C’era un prete spretato, Ernesto Buonaiuti, che Mussolini non aveva voluto allontanare dall’insegnamento perché i Patti Lateranensi non potevano avere secondo lui effetto retroattivo: venne allontanato poi, perché non volle prendere la tessera fascista, e pensò la Repubblica a non reintegrarlo nel suo «ufficio pubblico», secondo i dettami del Concordato. C’erano due sposi a Prato, Mauro Bellandi e Loriana Nunziati, che anziché dal prete aveva celebrato il loro matrimonio dal sindaco: il vescovo Pietro Fiordelli li definì «pubblici concubini e pubblici peccatori», interdicendoli da tutti i sacramenti; querelato, il vescovo di Prato fu condannato. Giudici e querelanti vennero scomunicati e il papa prese il lutto; poi, in appello, monsignor Fiordelli venne assolto e i due «concubini» dovettero pagare le spese legali.


Divieti ed espulsioni

Poi ci fu la polemica per Il Vicario, dramma che avrebbe dovuto essere recitato a Roma da Gian Maria Volontè e Carla Gravina, in cui si accusava Pio XII di non avere fatto nulla contro il genocidio degli ebrei: la questura lo vietò perché il concordato prevede che a Roma non si deve fare nulla che «contrasti col carattere sacro della città eterna». E ci fu il caso di Roger Peyrefitte, cacciato dall’Italia per un articolo pubblicato su Paese Sera in cui accusava il papa di nepotismo. E i casi dei professori Franco Corsero e Giovanni Gandiglio allontanati dall’Università Cattolica uno per motivi ideologici, l’altro perché «concubino». E la grande battaglia del divorzio, un «vulnus», ferita grave al Concordato. E la grande battaglia dell’aborto.

Oggi la Chiesa del concilio non è più quella di papa Ratti, e nemmeno quella di papa Pacelli. È cambiato tutto da Giovanni XXIII in poi? Molte cose sono cambiate: per esempio l’Italia, che non è più una monarchia retta da una dittatura fascista. Per esempio la Chiesa, che al suo vertice ha avuto un papa polacco, e che almeno a parole non pretende più di essere totalitaria, come affermava Pio XI. Ma il Concordato non è cambiato: intatto, ha festeggiato le nozze d’oro. E compie adesso ottant'anni.

Arturo Motti

© Copyright Arturo Motti. Riproduzione vietata
Pubblicato su Oggi, Rizzoli editore, nel febbraio 1979, in occasione dei cinquant'anni del Concordato. Sono stati qui aggiornati i riferimenti temporali.

 
Annuncio Pubblicitario

Personaggi nei blog

Citati, a volte del tutto a sproposito, ecco alcuni personaggi di ieri nei blog di oggi.

Prova posizione U12

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Mi ritrovai in una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. 

La storia è...

...una continua citazione

Il CercaStoria

Un motore di ricerca specializzato. Solo Storia. Con la minor quantità possibile di risposte fuori tema.
Google Custom Search

Vuoi segnalare un sito di contenuto storico da inserire? Vuoi collaborare alla manutenzione del motore? O vuoi mettere il CercaStoria sul tuo sito? Parliamone.